martedì, 07 novembre 2006

Sempre per restare in tema, sabato l'altro siamo andati a visitare il cimitero di Nullaland: erano dozzine di anni che il mio BuonUomo non andava a mettere un fiorellino sulla tomba dei suoi nonni.
Il cimitero di Nullaland è ad immagine e somiglianza del paese: non c'è niente.
Nel paesino non c'è vita, nel cimitero non c'è neanche il guardiano.
Nulla. Neanche i loculi, neanche le cappelle in marmo pregiato delle famiglie importanti, neanche un fioraio al cancello, dico, non c'era neanche il cesso che io me la stavo facendo addosso e mi chiedevo, ma i vecchietti con la prostata e le vecchiette incontinenti… ma tutti a pisciare dietro al muro?

Eppure sembra un cimitero piacevole, per passarci l'eternità.
O quanto meno spazioso: ogni morto ha l'agio di un bel pezzetto di terra tutto per sé dove può tranquillamente coltivare la rucola o i broccoletti a seconda della stagione.
Faceva quasi bel tempo, ho accompagnato il mio BuonUomo a fare il giro delle sue tre/quattro generazioni precedenti quasi con piacere.
A ridosso del primo novembre nei cimiteri c'è aria di festa.
Ci si spolvera le ossa per la visita annuale dei parenti.

Dopo una dozzina di tombe ho notato che i nomi sulle lapidi tendevano a ripeteresi in modo imbarazzante. Sempre gli stessi cognomi e poca fantasia anche nei nomi. Forse perché le grandi famiglie della zona sono cinque o sei, non cinquanta e se a questo si aggiunge che capita(va) molto spesso che al figlio maschio si appioppasse il nome del nonno (Alfonso) e alla bimba quello della nonna (Teresina) ecco che statisticamente ogni due o tre generazioni si ritrovano nomi e cognomi identici.
La cosa divertente è che da quelle parti hanno dei cognomi "parlanti", tipo "Del campo", "Zoppa", "Coscia" e sulle lapidi era un fiorire di "Enrichetta Del Campo vedova Zoppa" (povera vedova zoppicante in giardino) o il compianto "Alfonso Brusco e sua moglie Coscia Rosa", il sindaco "Enrico Coscia-Zoppa" e via dicendo. Da farci un migliaio di storie.

Un gran remix degli stessi ingredienti per arrivare a lui, al mio Buon Uomo, che non è nato a Nullaland ma che per parte di padre è decisamente Nullalandiano. Nella vecchia cascina sopra al camino c'è il premio per la più bella vacca del paese, per uno dei suoi nonni.
Ah eccolo qui, il nonno delle vacche.
Col crisantemo giallo.
E dall'altra parte del camino c'è un certificato di studi elementari incorniciato, perché all'inizio del secolo scorso fare le elementari equivaleva ad un dottorato dei tempi nostri, ah, eccolo qui, il contadino che sapeva scrivere e "far di conto".
Con il crisantemo color vinaccia.
Accanto alla tomba della nonna che lo aveva sedotto con uno svolazzar di gonne passando in mezzo all'aia.

Siamo anche andati a vedere la tomba di suo padre, nome e cognome, data di nascita e di morte.
"Ma tuo padre è ancora vivo!"
"Sì, ma questo era un bis tris qualcosa che si chiamava come lui. Mio padre viene spesso a mettere un fiore sulla propria tomba."
Meraviglie di Nullaland.

Gli abitanti che si sono succeduti nel paesino sono tutti qui insieme, in vita come dopo, le loro esistenze sembrano semplici, sono storie lineari, nati, battezzati, cresimati, sposati, invecchiati e morti qui, all'ombra della chiesetta a testimone immobile. Viste da qua sopra, le loro miserie quotidiane sono appiattite e limate, ogni storia è ridotta ormai alle due dimensioni di una lapide spiaccicata in terra. In concessione perpetua. Facendomi raccontare cosa faceva l'uno o cosa diceva l'altro, ritrovo quella stessa sensazione che suscitò l'antologia di Spoon River quando la lessi anni fa: i morti sono meglio se ricordati da vivi.

Soprattutto nella loro quotidianità.
Chissà come vivevano, davvero.
Chissà quali erano le loro ossessioni.
Le donne si guardavano allo specchio con lo stesso occhio critico?
Quando la cellulite non aveva ancora un nome, era un problema?
Mettendo la ruvida gonna per andare nei campi, si depilavano?
(epilady ceretta al miele d'api rasoio trilama crema ritardante la ricrescita del pelo)
Badavano a scolpirsi un culo tonico?
(step, danza afro, jujitsu, body pump, ellittica, spinning)
Sapevano cos'era il colesterolo?
(omega 3, omega 6, delta 4, tango 7)

Eppure qualcosa mi fa pensare che se andavano fieri di aver la più bella vacca del paese al punto da inquadrare la medaglia, non dovevano essere poi tanto diversi da chi oggi guida un'AudiTTRoadster con la mano che penzola dal finestrino.
Da quando siamo usciti dall'acqua e abbiamo perso le pinne, non è cambiato niente.
Niente.

Scritto da: waki a 11:48 | link | commenti (19) |
nullaland

martedì, 31 ottobre 2006

Questo sabato e domenica siamo andati a NullaLand, partendo dalla metropoli sfiniti venerdì sera per arrivare nella notte e incontrare sulla porta della cascina un capriolo che ci guardava come se fossimo degli intrusi.
Stava proprio sulla stradina sterrata, noi in macchina coi fari belli sparati, lui è rimasto un po' interdetto, ma chiaramente non voleva andarsene.

Ancora un caso di resistenza passiva.
Dice non ci siete mai, venite una volta ogni tre mesi ormai è casa mia, andate via voi!
Ha ragione.
Non per niente siamo noi i predatori del pianeta e non i caprioli. Ce l'ho sulla carta d'identità, guarda, "waki, essere umano, carnivoro, inquinante e stronzo cacciatore di caprioli". Visto che a Nullaland uno dei nostri passatempi preferiti è il tiro con l'arco, gli ho mostrato l'arco e frecce. Ha girato i tacchi ungulati e tòppiti tìppiti tòppiti se n'è trotterellato nella foresta protestando "sono una specie protetta, cazzo!".
Vero. Anch'io sono una specie protetta e lotto per sopravvivere. E se mi passi vicino allo spiedo ti infilzo, perché è venerdì sera, ho fame e ho passato una settimana infernale.
Invece niente caprioli, ho arrostito peperoni, melanzane, funghi, pomodori e pane (che con una fettina di formaggio di capra che si scioglie sopra vi giuro è la morte sua).

L'ultima volta che ne parlai, tra i commenti mi si chiedeva dov'è Nullaland, come si chiama il paesino e altre cose inutili. Ho scritto che si trova in Francia, lontano da tutto, ma stavolta farò di più. Visto che la realtà supera di gran lunga la fantasia, vi traduco il nome vero Nullaland:
si chiama "Il Tumulo dei Morti" frazione del piccolo comune Palude.

Ora, della palude non ce n'è traccia ma di morti invece tanti.
Un nome tanto lugubre verrebbe dal fatto che i contadini ogni tanto trovavano nei campi qualche mandibola, o un paio di costole, svariate falangi falangine falangette, allegri ricordi di una sanguinosa battaglia avvenuta in tempi assai remoti.
O almeno così dicunt. Et tradunt.
Le tre case sono state costruite qualche secolo fa proprio sul campo di battaglia o giusto accanto, dove si ammucchiarono i resti del massacro.
La prima volta che il mio Buon Uomo mi disse sai, per ferragosto potremmo andare nella cascina della mia famiglia, al Tumulo dei Morti della Palude l'ho guardato con gli stessi occhi a palla del capriolo. Ho detto, testuale, minchia evviva, la fiesta. E quando siamo arrivati e guardandomi intorno ho battezzato Nullaland quel posto in culo a Pio dove non c'è assolutamente niente, lui mi ha candidamente raccontato di come uno dei ragazzi del posto a causa di quel niente assoluto che regna gelido come sulle terre di Mordor, avesse avuto la buona idea di venire a spararsi un pallettone di fucile nel cranio proprio nella camera da letto di casa loro.
Cioè della cascina di Nullaland.
Cioè dove avremmo dovuto dormire noi.
Riepilogo: io dovrei dormire nella camera da letto della casa costruita su una collina farcita di ossa dove per di più un povero cristo di 19 anni è venuto a farsi saltare le cervella?
- Ma mio padre ha ripulito tutto dai muri.
- Scordatelo.
- Non ti credevo superstiziosa.
- Neanch'io. Ma col piffero che dormo in quella stanza là.

Poi invece ho dovuto ammettere che i fantasmi della cascina sono abbastanza pacifici. Ci siamo scontrati un pochino solo la prima settimana che abbiamo passato là, ormai quattro anni orsono, settimana durante la quale hanno messo a dura prova i nostri nervi: un gufo urlante sulla finestra nel cuore della notte, il cellulare morto stecchito da un cortocircuito, piogge torrenziali, tegole che cadono, la macchina che non partiva più, colate di liquidi neri sui muri, oggetti spariti o spostati, interruzione della corrente elettrica e conseguente illuminazione precaria con candele che si spegnevano per spifferi gelidi, etc. Dopo di che abbiamo stabilito un patto di civile convivenza: io gli ho lasciato la camera da letto (nella quale non entro mai) e noi stiamo nelle due stanze restanti.

Non ci hanno più disturbati. E da allora vado tranquilla a frugare nelle stalle o nella legnaia e trovo oggetti il cui uso mi è sconosciuto, riesumo certificati di nascita e di morte di gente d'altri tempi, mi faccio raccontare da chi ancora le ricorda le storie del Tumulo. La mattina vado a porgere i miei omaggi al rosaio che una bisnonna piantò negli anni tra le due guerre e che da allora fiorisce di una sola rosa rossa.
E' chiamato "le rosier de grand-mère".
Ho ripulito e lavato un vecchio mattarello che forse le apparteneva. Quando un bel giorno tirerò la pasta per fare una torta, penserò a lei, che dava mazzate al marito quando tornava tardi dall'osteria.
Santa donna, la bisnonna.

Scritto da: waki a 16:36 | link | commenti (28) |
nullaland

venerdì, 18 agosto 2006

E così siamo andati di nuovo a dissolverci a Nullaland , nel vuoto sottovuoto della campagna spopolata. Nullaland è un buco con il niente intorno, né montagne né mare né colline né pianura né città. Nulla.
Non che Ferragosto fosse diverso dagli altri giorni, zero più zero fa sempre zero e se a niente aggiungi il nulla, fa sempre uguale. Nulla. E nessuno. E nulla. E nessuno.

Le nostre attività di esseri urbani erano le più classiche: giri in bici andando a comprare il pane (15km), qualche decina di frecce in carbonio scagliate in una balla di fieno, il silenzio misterioso degli alberi mentre (ri)leggo il Signore degli Anelli e nient'altro.

Ah sì, le bestie. Sì, questa volta qui era la volta delle bestie. In bici è bello perché i cerbiatti non ti sentono arrivare e li sorprendi con le dita nel naso. Fanno dei salti quando arrivi che gli prende un colpo. Quanti cerbiatti che ho visto. Anche diversi falchetti. Di notte un barbagianni che faceva "uuuu uuuu" e un sacco di pipistrelli che svolazzano senza alcuna traiettoria, gli unici che volano totalmente a cazzo, frup, frip, frup.

Ma nell'ultimo mese è arrivata la grande novità, a Nullaland. Davanti alla cascina semi abbandonata ci sono campi che sono, indovina, semi abbandonati. In uno dei campi incolti un cugino di un cugino di un cugino del mio compagno ci ha messo degli asini. Quindi davanti a casa avevamo asini in numero di cinque più uno (asinello). Ho quindi avuto modo di osservare da vicino queste bestie. Ho scoperto che gli asini fanno proprio ih-oooooh, ih-oooooh, aspirando bene le acca.
Ma forte, eh? ih-oooooh, ih-oooooh ih-oooooh!

asino Ho scoperto anche che scacciano le mosche con le orecchie che sono proprio lunghe (ma tutte vellutate). Ho scoperto che gli piacciono le mele verdi. E il pane duro. Glie ne portavo ogni giorno, e avevo addosso i loro cinque testoni che mi annusavano. Sono grossi, gli asini, mannaggia. Soprattutto quando ti pestano un piede, cosa che capita spesso.
"Sposta sto zoccolone dalle mie scarpe, brutta bestia."
Ih-ooooh?
Gli piace essere spolverati. Cioè, ho notato che a dargli grosse pacche sul culo si alzano nuvolette di polvere e la cosa gli piaceva proprio, si davano i turni per ricevere pacche sul culo, gli asini. Hanno le narici grosse e sono morbidi morbidi sul naso. Annusano un po' e poi con le labbrone ti mangiano tutto quello che hai in mano, in genere anche la mano. Invece quando mangiano l'erba hanno un ritmo precisissimo tra lo strappo dei fili d'erba e il ruminare. Un po' valzer, il ritmo, un due tre, un due tre.
Fa qualcosa tipo:
Strap! gron-gron, Strap! gron-gron, Strap! gron-gron, Strap! gron-gron.

Accanto alla catapecchia degli asini c'era un recinto alto due centimetri con dentro sette o otto ochette. Che sarebbe bastato un saltino per uscire, invece no, stavano lì dentro nel fango, ste cretine di ochette. Gli ho dato un po' di pane sbriciolato, ma erano timide timide, tutte schiacciate in un angolo. Poi appena mi sono allontanata mi hanno spernacchiato con alte grida quaaa quaaa quaaa quaaa.
Quasi non ci credevo, ma fanno proprio quà quà quà?

Invece in casa stavolta ho fatto sloggiare i ragni. Ce n'erano troppi e di dimensioni decisamente preoccupanti. Allora li ho presi a scopate, via, fuori, aria, i ragni nella legnaia, che diamine. Poi non ce n'erano quasi più. Ma di conseguenza avevamo un'invasione di moscerini mosche e altre schifezze volanti da non saper che farne.
Vedi a toccare l'ecosistema? - dice il mio buon uomo.
(nel senso che è il mio uomo ed è buono)

Poi un'altra novità si è presentata di notte, ogni notte, verso le tre di notte.
Tic tic tic tic tic tic.
Cazzo è.
Io mica lo sapevo che rumore fa un topo.
Anzi, penso che io i topi li ho sempre solo visti vestiti e disegnati insieme al commissario Basettoni.
Insomma c'era pure il topo, grigio-topo con la coda di topo.
Piccolino. L'ho visto, in un angolo. Con due palline nerissime al posto degli occhi e i dentoni da topo gigio.
Non ha fatto squik, mi aspettavo che come gli asini fanno iih-oooh e le anatre quà quà quà, mi aspettavo che anche il topo mi facesse squik, invece no. Zitto e muto, ma ogni notte sto tic tic tic tic tic, passava dalla cucina alla camera lasciando cacche ovunque, e tic tic tic, fin sotto il letto. Ho provato a dargli delle pantofoline. Ma non le ha messe.

E invece di giorno si è presentato alla porta un gatto.
Bonjour, je suis le chat du coin.
Un gatto randagio.
Randagio per modo di dire.
Si è fatto pregare un po', poi è entrato, ha adocchiato la poltrona e plof, si è fatto la dormita del secolo sulla poltrona del nonno.
Per carità, si accomodi.
Anche lui, il gatto, è tornato spesso e per farmi piacere mangiava proprio tutto quello che un gatto in teoria mangia ma che in pratica i gatti te lo sputano addosso, tipo il grasso del prosciutto e le croste di formaggio (quelle che il topo aveva scartato, per dire). Lui, carino, mangiava tutto. Con la faccia di uno che dice "hai visto che gatto gentile che sono? Posso tornare a dormire sulla poltrona adesso?"
E l'altra notte, che verso le tre tic tic tic tic tic el Topo Gonzales mi passava sotto il letto, per un momento ho pensato di presentare il gatto che viene di giorno al topo che viene di notte.
Ma invece era tardi, e noi siamo partiti.
Abbiamo chiuso casa.
I ragni erano già tutti pronti con le valigie per tornare dentro ("che qua fuori ci geliamo il culo", dicunt)
E noi siamo andati via.
Mentre loro sono rimasti tutti là, a sbrigarsela da soli.

Scritto da: waki a 14:06 | link | commenti (39) |
nullaland

martedì, 18 luglio 2006

tetto

Dopo settimane di lavoro indefesso, senza neanche discuterne, io e il mio compagno siamo scappati a Nullaland.
Tacito accordo, telepatico progetto, sgusciamento clandestino, pissi pissi bau bau.
Era giovedi scorso verso le undici di sera quando uscivo dall'ufficio: sono saltata in macchina, l'ho chiamato e gli ho detto passo a prenderti.
Siamo fuggiti quattro giorni.
Tagliare i ponti, far saltare i valichi, bombardare le linee telefoniche.
Niente di meglio che il vuoto interregionale di NullaLand.
Dopo qualche ora di autostrada e qualche mezzora di foresta coi gufi e i cerbiatti, siamo arrivati laggiù nel cuore della notte. Il tempo di mettere un lenzuolo sul letto e siamo crollati come il muro di Berlino, incuranti delle decine di ragni che ci guardavano curiosi con i loro otto occhi per ciascuno.
(chissà che bella una visita oculistica per un ragno.. "chiuda i sette occhi partendo da sinistra e mi dica cosa vede")

La mattina ci ha svegliati il silenzio.
Niente camion del pattume, nessun vicino di casa, persino le rondini stavano zitte e mute.
Nullaland è là dove il mondo si arresta, dove il niente è sovrano, dove il supermercato più vicino è già lontano, dove gli spettacoli serali sono contare le stelle e cercare Cassiopea.
Ci siamo svegliati in questa terra dimenticata da dio con una sensazione di sfinimento e sorpresa. La calma improvvisa. Mi sentivo come una carota appena uscita da un mixer, con la testa che gira, completamente a pezzi e il mal di mare.
Ma.
Il sole caldo. Le ortensie. L'odore di fieno.

Esco dalla vecchia cascina abbandonata come uno zombie e mi trovo di fronte un abero.
- Ciao albero.
Ehi, ho detto, ciao albero.
- Ciao waki.
- Come ti chiami, albero?
- Mi chiamo Pino.
- Pino? Ma non sembri un pino.
- …
- …
- Hai presente la tua amica Bruna che è bionda?
- …
- Ecco. Io sono un tiglio ma mi chiamo Pino.
- Oh.
- Però sono un tiglio e con il tiglio ci puoi fare le tisane, con il pino no.
- Tisana di tiglio, lenitiva e rilassante, ne avrei bisogno davvero. Ma sarai alto venti metri, per fare una tisana mi ci vorrebbe una tazza graaande!
- Non ti ci vuole una tazza grande, ma una grande tazza.
- Anche te con il pennello Cinghiale? Ma lo sai che ormai solo noi vecchi ce la ricordiamo quella del grande pennello e del pennello grande?
- "Noi vecchi" è relativo. Io ho centocinquantanni.
- ... anch'io.
ferri- Ma no waki, tu hai solo bisogno di dormire. Si vede dai cerchi concentrici che hai intorno agli occhi e dalle braccia molli e abbandonate lungo il corpo.
Vieni qua, vieni all'ombra.
Vieni al riparo, vieni tra le mie fronde.
Sotto ai ferri di cavallo che la bisnonna del nonno mi ha appeso ad un ramo così tanti anni fa.
Vieni qua.
Sdràiati sotto le mie foglie a forma di cuore, ascolta il vento che mi scompiglia la cima, senti la terra madre che ti invita al silenzio.
- (ma sei … un tiglio … davvero… i…pnoti…co)

* Uscito dal coma, il mio compagno mi ha ritrovata così.
Dopo quattro ore.
Addormentata.
Sotto il tiglio.
Sognavo che andavamo a cena tutti e tre, io lui e il tiglio e brindavamo alla sua salute con l'acqua piovana.
Grazie tiglio.
Cioè, grazie Pino.

Scritto da: waki a 20:43 | link | commenti (27) |
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venerdì, 21 aprile 2006

Il weekend nella terra del Niente.

NullaLand è il posto nel quale mi sperdo di tanto in tanto con il mio compagno di merende. E' un paesino così piccolo che il suo nome non l'ho trovato su nessuna pianta, la cui strada per arrivarci non è stata cartografata mai, è un posto lontano dal mare (4 ore almeno), lontano dalle montagne (4 ore almeno), equidistante ma molto distante da qualunque città degna di questo nome, e da sempre quel posto l'ho associato al Nulla della Storia Infinita, un Niente amplificato dall'assenza di suoni e persone, neanche un cane che abbaia, neanche una macchina che passi, neanche un treno lontano. A qualche chilometro c'è un paese di poche anime il cui unico negozio che faceva alimentari tabacchi bar e deposito di pane, ha chiuso da parecchi anni. Niente. Il Nulla. Neanche una fabbrica puzzolente che uno possa dire ah ma guarda che peccato. Neanche le villette a schiera mai finite col gabibbo che se ne lamenti.
No, niente di niente.

Rien. Nothing. Nada. Nichts. Gnente.
Campi di colza, ex campi di mais abbandonati, e tanti campi verdi di erbe, erbette e erbacce. L'anno scorso avevo raccolto un quintale di ortiche fresche e di insalata selvatica, ne avevo fatto una frittata e una minestra tutta verde. Mi aspettavo di diventare verde anch'io, ma invece no.
A novembre invece eravamo restati tre giorni senza uscire dalla vecchia casa se non per andare a prendere la legna.
La casa sono solo due stanze che han visto succedersi generazioni di vaccari e contadini, sopra al camino il diploma al valore agricolo di un avo del mio omo, due medaglie una d'argento e l'altra di bronzo per la più bella vacca del paese, la legna secca accatastata, quei soliti ragni stupidi con le zampe lunghissime e due scoiattoli che ogni mattina fanno un giro davanti a casa sotto il tiglio, disseminando qua e là gusci di noce come ragazzi con le carte di caramelle. Sì, in questo fine settimana ho visto tanti animaletti. Perfino un cetriolo. Vivo.

Avevo con me un mucchio di libri, il computer portatile, la radiolona tamarra.
Macché.
Sono bastate un paio di bottiglie di vino, formaggio di capra comprato dai vicini (termine relativo), pane grosso, il pero fiorito, i ciliegi bianchi e carichi di fiori che sembrava avesse nevicato, un delicatissimo "thé des impressionistes" (tè degli Impressionisti), gli insetti che facevano un concerto di impollinamento che neanche un'orgia e qualche raggio di sole, che stando in città non lo si vede mai, quello là.

E' stato un weekend quasi d'idillio.
Ho passato tre ore letteralmente appesa ad un albero con un falcetto per raccogliere il vischio dai meli che mi sembrava di essere panoramix.
Ho fatto grigliare di tutto sul fuoco del camino. Carne, peperoni, melanzane, dita.
Ho trovato delle violette viola che profumavano proprio di violette.
E anche dei nontiscordardime, che non ho raccolto perché me ne son dimenticata.
Ho visto passare un grosso fagiano che correva dietro alle fagiane, il porco.
Ho dato un sacco di pugni al mio omo che non ha mai russato e là, invece, russava.
Ho camminato diverse ore sulle stradine deserte che quando è passata una macchina mi sono stupita come se avessi visto uno squalo tigre nella vasca da bagno.
Ho fatto tante belle foto, ma non le trovo più.
Ho tagliato i fiori secchi dell'ortensia che erano rimasti come impietriti nell'inverno rigido.
Ma soprattutto, ho avuto la sensazione di non aver fatto assolutamente niente.
L'agognato e sottile piacere del vacuo.

Scritto da: waki a 16:00 | link | commenti (19) |
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