Lancio box.
Un bel giorno ho detto basta ai panini molli, le pizze di naftalina, i sushi gelati delle consegne a domicilio e ho cominciato a portarmi in ufficio il pranzo da casa. A portarmi il pranzo da casa in ufficio. A portarmi l'ufficio da casa al pranzo. A portarmi la casa dal pranzo dall'ufficio. glup. Insomma.
Com'è che bisogna chiamarlo il pranzo per essere delle blogger gastronomiche fiche e moderne?
Lunch box? Bento?
Io ho provato a comprarmi un Bento da Muji (ero a zonzo con FrancescaQuinta che era in trasferta), ma le quantità giapponesi sono per chiwawa europei: una scatolina minuscola che mi avrebbe assicurato in breve tempo morte certa per inedia. Quindi mi porto tupper-ware, sacchettini di nylon, contenitori d'ogni provenienza, bottigline, scatolette e sto cercando una gavetta, di metallo, come quelle degli operai del secolo scorso. Che oggi per esempio ho una fetta di arrosto di cavallo (cannibalaaa) e ci starebbe bene nella gavetta.
Ma con una gavetta posso fare lo stesso la fica blogger gastronomica?
No? Si, secondo me si.
Sono mesi che ogni giorno mi porto gli ingredienti e che spelo, lavo, tagliuzzo, compongo, accosto, condisco, stupisco e mi faccio dei piatti bellissimi, a tal punto bellissimissimi che i miei colleghi m'han detto ma facci una foto.
E da qualche giorno occhei, ci faccio la foto.
Eccovi l'insalata del pranzo di venerdi, con relativa lista di ingredienti.

Insalata di un venerdì di settembre con sole e nuvole alte.
- Insalata verde smista: scarola, valeriana, bagnarola, antonelliana.
- Germogli da me medesima germogliati: semi di cuori quadri picche e fiori.
- Fettine finissime di cipolla piagnona inconsolabile.
- Tofuton messicano saltato in padella con chiodi e turaccioli.
- Con-di-mento: acetone di vino, senape dinamitarda, peppe nero, limoncello ubriaco, un cucchiaio di tamarri e levitazione di birra.
Servire fredda prima che si riscaldi con fette noiose di pane casalingo che si lamenti che non sono la vostra serva e questa casa non è un albergo.
Qui gli ingredienti veri.
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