L'abbronzatura comincia già a perdere i pezzi, la settimanina -ina -ina di vacanza entra in tromba nella categoria "ricordi" ed è giunta l'ora di far fuori qualche appuntino residuo che non ha trovato sfogo fino ad oggi. Almeno una parte. Gli altri ricordi, quelli miei, restano un po' nella testa, un po' nei miei quaderni e un po' si perdono nell'aria, stelline luccicanti, com'è giusto che sia.
• Laggiù in terra araba ho scoperto i datteri. Non mi sono mai piaciuti qui da noi, così simili a grosse supposte farinose, ma invece quelli là , mangiati nel loro habitat naturale erano freschi, succosi, buoni da rotolarsi per terra. Peccato che abbiano 270 calorie per cento grammi. Chi non avesse un'idea di cosa significhi, pensi che le fragole viaggiano intorno alle 30 calorie, per cento grammi. I datteri sono il suicidio dell'ipocalorico, la carneficina di ogni sforzo dimagrante, il 4 a 0 del mondiale dietetico su calcio d'angolo al novantesimo.
• Almeno le cose al club-med sono semplici e intuitive. Quelli che puliscono il parco sono vestiti di verde, quelli della piscina sono blu, e quelli che ramazzano la merda sono marroni. Spesso anche di pelle.
• Un giorno che eravamo usciti fuggiti dal villaggio siamo andati a nasconderci in una miniera punica e un indigeno punico vedendomi osservare una piantina fiorita mi ha confidato "questa è la pianta dei capperi". Lei ha teso un rametto dicendo "piacere, cappero" io sono arrossita e poi gli ho chiesto un autografo.
Ero tutta emozionata.
Mi piacciono i capperi.
• Se le campane dei nostri campanili gli fan lo stesso effetto che faceva a me il loro muezzin alle sei di mattina, capisco perché a noi ci vogliono mettere le bombe.
• Sono andata a fare tiro con l'arco. Non sono molto brava (eufemismo), però il mio gesto è inspiegabilmente talmente bello e nobile che mi han detto che centrare il bersaglio non è l'essenziale.
Ho confessato di essere una monaca zen dal 1994 quando te ti sbucciavi ancora le ginocchia in braghette corte ai boy scout. Non ci han creduto. Allora ho tirato giù un cristo e una madonna che si confessa on a dance floor, e lì, ci han creduto. Che ti canto l'hannya shingyo pure al contrario, quando mi fumo lo shoko.
• Se trovo quel bambino di merda che mi ha rubato le racchette da ping pong ci faccio un buco in spiaggia e lo faccio mangiare dalle formiche, il bambino. Le formiche d'Africa sono lunghe quaranta centimetri e hanno dei denti che avete mai visto uno squalo bianco con la bocca aperta dal dentista che gli fa un'otturazione, ecco, non è niente in confronto alla mandibola di una formica africana. Sono violente e aggressive, salvo quando le si gratta la nuca che da sole non ci riescono.
• Una delle cose poco belle del club-med è che i tavoli sono da sei e ci si siede a random. Ti puoi trovare circondato da una famiglia con pargoli urlanti, da vecchie coppie che raccontano di quando al club-med si andava a pescare ciascuno un pesce per cena, o allora basta fare come noi che venivamo a cena su una slitta trainata da una muta di formiche e nessuno si sedeva al nostro tavolo. (le formiche quando sono un po' brille suonano i djembe fino all'alba)
• I poliziotti laggiù erano tante fotocopie l'uno dell'altro. Stazza cilindrica quaranta centimetri di raggio e altezza un metro scarso, baffo a moquette, scarpe lucide col tacco antinano, occhio bovino palpebra a mezzasta. Erano tutti identici, che fossero alla dogana, al traffico o ai posti di blocco. Maledetti posti di blocco, che andare in giro su una macchina presa a nolo era come una carta moschicida. Ci vedevano da lontano e cominciavano a passare l'aspirapolvere sul baffo del compagno in vista della mancia.
• Le donne là fanno il bagno vestite dalla testa ai piedi, manco si tolgono il velo. Che uscendo dall'acqua hanno il vestito così appiccicato al corpo che le nostre Miss Maglietta Bagnata sembrano pudiche suorine di clausura.
• Il brutto delle vacanze è che poi finiscono. E che in tre quattro giorni di lavoro i trenta imbecilli di colleghi e capi e vari ed eventuali riescono a farti rimpiangere d'esser partito, d'aver per breve tempo osato, oh infamia, pensare ad altro. Ma visto che finora non l'ho detto, lo dico adesso:
- ho passato una settimana molto riposante grazie ad una spiaggia di sabbia fine ed un mare calmo e pulito,
- molto istruttiva grazie alle nostre fughe solitarie nell'entroterra poco turistico,
- molto tonificante grazie ad attività sportive come girare la pagina del libro
- molto eccitante grazie al vento e agli hobie cat in libero servizio
- molto grassa a causa di un couscous pollo al miele che ha provocato orgasmi multipli alla lipogenesi,
- molto interessante dal punto di vista antropologico perché la fauna del club-med bisogna vederla per crederci, ma…
… ma confesso pure io insieme alla madonna sul mio writer-floor che salvo avvenimenti eccezionali ho fatto il pieno di club-med e non ho nessuna intenzione di ritornarci tanto presto.
Basta scherzare.
Voglio andare lontano.
In questi posti come il club-med, c'è una cosa che mi turba.
Più d'una, a dire il vero.
E poi scrivo "questi posti come il club-med" ma mento sapendo di mentire, perché per fortuna oltre al club-med non sono mai andata in altri posti di quel genere.
Quindi spetta che ricomincio.
Rew.
Al club-med c'era una cosa che mi turbava.
Indovina.
Sì, il cibo.
All'ora dei pasti, là non c'è un ristorante, c'era il buffet.
Il buffet è come un grande self service, una stanzona alta ed ariosa, tutta agghindata di fiori, con i ventilatori sul soffitto che girano, un paio di ometti in bianco che ti aiutano, piatti fondi e piatti piatti e enormi mucchi di cibo bello pronto. Ma enormi, eh?
Insalata fresca e già tagliata, spaghetti al burro fumanti, bistecche che saltano fuori dalla padella ogni tre per due, una pila di pesci alla griglia in equilibrio precario e un'infinità di altre cose, ma proprio un'infinità , un tavolone solo per spezie, un grosso frigo con tanti vini, tutti già con il tappo mezzo stappato che non c'è neanche bisogno di cercare un apribottiglia e se ti va ne prendi dieci di bottiglie e ti metti ubriaco come un tino, se ti va, e c'era acqua fresca, bibite gassate o lisce, un paio di bidoni di birra che ognuno si spilla a piacimento, olio d'oliva, olio al peperoncino, alla carota, al pepe, al limone, al timo, prezzemolo già tritato, ricotta, yoghurt, frutta, melone già a pezzetti, anguria fresca, albicocchine minuscole e datteri ancora vivi, pane integrale pane bianco pane ai cereali e poi un festival di dolci, dalla mousse au chocolat ai bocconcini locali alla pasta di mandorle, gelato sorbetto torta sacher crostata e poi nausea, ce n'era talmente tanto di cibo che mi va in cortocircuito il cervello, una roba da chiedersi in quanti cavolo siamo perché ci sia bisogno di tutta roba per tenerci vivi.
La prima conseguenza di quest'abbondanza era presto vista dopo i pasti.
Siccome è ben noto che abbiamo gli occhi molto più capienti dello stomaco, davanti ai mucchi di salsicce e alle lasagne la gente non si tiene soprattutto se è gratis, neanche se c'è il sole e neanche se ci sono 43 gradi. Vedevo passare distinti signori con dei piatti pieni stracolmi che a malapena l'oliva restava in cima senza franare.
Cosa che ai figli non glie lo avrebbero permesso mai.
E poi era l'immediato strafogarsi andante con moto.
Cominciava con un allegretto per arenarsi su un grave maestoso in chiave di basso.
Per finire, appena prima dell'esplosione dell'apparato digerente, anche la più buona forchetta lasciava nel piatto la metà di quanto preso, la bistecca intatta, le patatine fritte unte sulla tovaglia e il gelato che colava piano sui biscotti non mangiati. Come bambini quando la mamma gli dice "puoi", era il festival del prendo tutto e poi se non mangio, si butta.
Tanto chissenefrega, è gratis.
La seconda conseguenza era un russare continuo di pisolini digerenti dalle 13:30 fino all'annunciarsi del crepuscolo. Cosa, questa, piuttosto simpatica. Tutte le attività erano deserte, partivamo per delle ore in catamarano senza tema di esser disturbati, il mare era totalmente un mare nostrum, mio proprium, nessunum c'erat.
La terza coseguenza non è una conseguenza ma un dettaglio che mi è saltato all'occhio.
Ed era che questo cibo era pronto alle ore dei pasti.
Ovvio.
Ma saltava fuori come d'incanto.
Prima non c'era niente e poi per magia:
- puf!
Il cibo è lì.
Profumato e fumante.
O fresco e invitante.
Non lo vedi portare.
Non sai da dove arriva.
Non si vede la cucina.
Non si vedono i cuochi.
Non si sente MAI odore di cibo.
Non si vedono gli schiavi che portano dentro le casse di arance.
Non c'è neanche un cameriere che un po' accaldato venga a prendere le ordinazioni.
Tutto si svolge come in una fiaba.
Il cibo in quel modo là , non era alimento, ma solo un diversivo ludico.
Mi sono divertito finora in canoa e adesso vado a divertirmi con il couscous tajine.
E quando non se ne può più, lo si lascia nel piatto, come si posa la pagaia quando si è stanchi.
E il rispetto per il cibo, quello stesso che a parole inculcano ai loro figli, va a farsi benedire dal muezzin che cinque volte al giorno ci informa dal minareto del vicino villaggio che Allah è grande, Allah è grande e Mohamed è il suo Profeta.
Il mondo reale ci raggiunge portato dal vento.
Allah Akbar, Allah Akbar.
Non siamo in una fiaba.
Non si comprano le fiabe.
No, non avrei mai pensato di ritrovarmi a 32 anni al club-med.
E' un meccanismo assai perverso quello di fare un lavoro impegnativo (soddisfacente a tratti, ed è quello che mi frega). Un lavoro che mi occupa una percentuale vergognosa del tempo di veglia, di quelli che ti alzi la mattina vai al lavoro, torni la sera vai a dormire, poi ti risvegli la mattina e vai al lavoro e poi arrivi la sera e vai a dormire, e via dicendo fino al week-end quando, oh meraviglia, si può andare al supermercato a spendere istericamente i propri soldi.
Un lavoro totalizzante ha come risultato che arrivando tardi la sera, non si ha il tempo né per andare a fare la spesa, né per cucinare. E così si comprano piatti pronti, maionesi light, paella congelata. Tutta roba carissima. O allora si va spesso al ristorante, così niente piatti da lavare, nessun rompicapo per metter su un pasto. Ma costa caro, andare al ristorante. E quindi bisogna lavorare di più per pagarsi il ristorante.
Un lavoro full time, ha anche come conseguenza che arrivando sempre tardi a casa, uno non può fare sport in modo regolare, cosa che con il ristorante pranzo e cena, fa sì che si diventi ottimi bersagli all'adipe in cerca di alloggio. E quindi ci si rivolge a centri specializzati, slimm-flash, mangiacalorie in pillole, drenante bruciante destock, etc. E costano care ste belinate. E quindi bisogna lavorare di più per pagarsele.
Un lavoro totalitario vuol dire che ci si ritrova a pulire il cesso alle dieci di sera o allora al sabato e domenica che di fatto diventano gli unici giorni in cui si concentrano tutte le faccende di casa. Sarebbe bello potersi pagare una donna delle pulizie che ci stiri anche le lenzuola, ma è un lusso e bisogna lavorare di più per permetterselo.
Lavorare sempre è anche causa di un impoverimento intellettuale certo, perché impossibile andare al cinema, a teatro, figuriamoci un concerto, i libri che si sarebbero letti in tre giorni ci mettono tre settimane. E allora c'è chi si consola con lo shopping e chi con altri acquisti più o meno inutili, un televisore gigante piatto come una pizza che tanto non sei mai a casa per guardarlo, iPod da 60 giga che il tempo per metterci su i tuoi cd non ce l'hai, un home cinema che l'hai montato una sera a mezzanotte o ora prende polvere da sei mesi e non sai neanche come si usa. E questi gadget costano un occhio, non resta che una soluzione, lavorare di più per comprarne di nuovi.
Un lavoro onnipervadente genera anche bisogni sconosciuti e insospettati: dopo un paio d'anni ecco che appare una necessità assoluta, imperativa, stupefacente di staccare per una settimana per andare da qualche parte a non fare assolutamente niente. Un bisogno imprescindibile di posarsi in un posto caldo e paradisiaco a lasciar che il vuoto e il silenzio riconquistino lo spazio in un cervello completamente lesso. Manco a dirlo, andare su un'isola tropicale con 15 schiavi al tuo servizio è fuori budget, quindi restano due soluzioni: lavorare di più o scendere a compromessi.
Il Club-Med è stato il compromesso.
Per me vacanze sono sempre state o avrebbero dovuto essere sinonimo di scoprire, visitare, vivere, conoscere, muoversi. Non capivo. Non riuscivo a concepire che qualcuno potesse andare in un villaggio vacanze a perdere tempo a non fare niente. Adesso lo capisco. Stanchezza mortale, bisogno di riposo, di non muovere un dito, di non pensare a niente, di qualcuno che fa tutto al tuo posto.
Che tristezza.
Ti fanno da mangiare, da bere, tutto è compreso che non hai neanche bisogno di tirare fuori la carta di credito, la camera è rimessa in ordine e pensano pure a metterti i fiori freschi sul comodino e una buganville fuxia sul guanciale.
E anche un cestino di frutta di stagione sul tavolo.
Sei là , un pacco pallido in arrivo dalla tentacolare metropoli, posato su una sdraio, totalmente privo di volontà , e stai immobile con gli occhi socchiusi vedendo i giorni passare lenti in attesa che l'ombra di te stesso venga a tirarti fuori dall'apatia.
Nel mio caso è stato il mare, il vento e la vela che li unisce che mi han riportato dallo stato larvale a quello semi-vivo.
Ora respiro, guardo, cammino, gusto il cibo che mangio.
Ora avrei la voglia e l'energia di ripartire per un viaggio vero, di quelli dove scoprire, visitare, vivere, conoscere, muoversi.
Ma non posso ripartire subito.
Il tempo di poter chiedere di nuovo ferie e rimettere da parte due soldi sarò ritornata la larva che... di cosa avrà bisogno?
Di non fare niente, di non muovere un dito, posata su una sdraio ad attendere che l'ossigeno scacci l'asfissia.
Ancora qualche appunto sul weekend scorso passato coi colleghi al Club-Med.
Pozzo oscuro di materia da blog, inesauribile.
Qualche appunto disgiunto.
- Ho scoperto che: i cavalli mangiano le foglie di palma. Poi sbrodolano verde fin sulle ginocchia.
- Ho scoperto che: i cavalli se fanno pipì in una pozzanghera poi ci saltellano dentro schizzandosi tutti. Da cui l'importanza di sapersi ritirare in equilibrio in cima alla sella.
- Ho scoperto che: i cavalli pensano che i cammelli un giorno dovrebbero sputarlo, il chewingum.
- Oltre all'antimalaria e l'antitifo, quando si va all'estero bisognerebbe fare il vaccino antipizza. La pizza è la cosa più disgustosa su cui uno può capitare.
Dopo gli occhi di montone nel cous-cous, ovvio.
- Self service. Il musulmano indigeno tagliava le fette del prosciutto con un disgusto che se ci sputava sopra era uguale. Ma dico, Karim mettetelo al banco del couscous, non a quello del maiale.
- Di caffè schifosi modestamente me ne intendo, ma come quello mai.
- L'acqua servita sui tavoli era acqua del rubinetto. Aveva sapore di cloro come se… toh, forse era l'acqua della piscina. Quella dei bimbini che ci fanno pipì. Calda e saporita.
- Ho scoperto che: i belga fiamminghi non si abbronzano. Bruciano. Combustione totale. Alla fine della giornata restano pagliuzze fiamminghe sull'asciugamano e nient'altro.
- Ho scoperto che neanche i bretoni si abbronzano. Restano un paio di lentiggini rosse sull'asciugamano e qualche goccia di sidro. E nient'altro.
- Ho scoperto che invece i negri si abbronzano. Una collega nera-nera alla sera aveva il segno del costume, la pelle d'una tonalità bordeaux scuro abbastanza inquietante. Il mattino dopo si è disintegrata anche lei.
- Quando uno ti dice "non ti preoccupare, posso fare il timoniere, in vela me la cavo" non gli credere. Tuttalpiù sapeva andare sull'optimist. Trainato dal gommone.
- Stessa cosa di quelli che "in francese me la cavo". Ho assistito a spassosissimi dialoghi del tipo "come stai?" - "sì, dicono che esca il sole" - "anch'io"
- Il primo giorno che pioveva i trenta imbecilli sono andati a fare gli imbecilli alla piscina coperta riscaldata. Si sono presi trenta verruche.
- Il primo giorno che pioveva trenta verruche sono andate alla piscina coperta riscaldata. Si sono prese trenta imbecilli.
- Quando un arabo con un cammello e i piedi sporchi nelle babbucce ti dice "che voglia di andare a sciare", vuol dire che hai bevuto troppo.
- Anche se te lo dice il cammello, hai bevuto troppo.
- Al bowling non ci sono andata. Ho la testa troppo rotonda per queste cose. Un momento di disattenzione e mi mettono le dita nel naso.
- Il Re si è portato dietro il Principino di undici anni.
("il mio papà è il capo di tutti voi e se non mi aiuti a salire glie lo dico")
Poverino, così giovane e morire sotto un quad.
- Mi ha sollevato vedere che non c'erano sorprese sotto ai vestiti del colleghi. Chi sembra grasso di lardo, è proprio grasso di lardo, chi ha la faccia da cellulite ha il culo da cellulite, chi sembrava magro-molle, era proprio magro-molle. Magro a molle. Come i materassi.
- No, una sorpresa c'è stata. Stefano che sembrava avesse le tette da Stefania.
- Trovo che l'uomo con lo stinco depilato per lo strofinio del jeans sia più ridicolo che la donna col peletto che scappa dal costume.
- Una collega ha un ascella depilata e l'altra no.
"… e non mi riesce con la sinistra".
Ho pianto.
- Ho scoperto che: sul pacchetto delle sigarette Camel il disegnino non raffigura un cammello ma un dromedario. Che shock. E' stato indetto un enorme casting di cammelli per sostituire la foto. I dromedari invece hanno firmato una petizione per mantenere la loro immagine e cambiare il nome delle sigarette da Camel a Dromed.
- Quello che ancora non ho vi ho detto è che domenica prossima ci ri-vado al club med. Ma non nello stesso, in un'altro. Sempre nel nordafrica e in terra musulmana piena di cammelli e sabbia. Ma stavolta per capire bene ci resto una settimana.
Io non sono una guastafeste, sono solo totalmente disadattata.
Di quelli che si chiedono perennemente "ma che ci faccio io qui". Disadattata o "disintegrata" perché a ubriacarmi tre giorni non mi diverto. Devo aver passato l'età del vodkalemon ad oltranza finché vomito non ci separi. E anche quella del si fuma le canne se no che gusto c'è. Purtroppo devo aver oltrepassato e da un bel pezzo anche l'età del Bob Marley no woman no cry.
E non sono neanche snob, giuro. Non è che mi sento migliore di quegli altri (sbronzi e drogati), anzi. Mi piace(rebbe) far parte del gruppo dei casinisti dell'ufficio, li vedo ridere e vorrei ridere anch'io, ma non ci posso fare niente, penso di essere percepita come quella un po' strana e solitaria, indipendente e introversa, di quelli che meglio lasciarli stare. Eppure giuro non mordo.
Waki frusciante non fa parte del gruppo, ma riesco a passare inosservata a sufficienza che quando vado con la cumpa inossidabile dei colleghi nottambuli non son di peso, non son musona, ogni tanto faccio pure ridere, e molto. Ogni tanto riesco quasi a sembrare normale. In questi tre giorni che abbiamo passato insieme al club-med con l'ufficio, sono riuscita a mantenere un sano equilibrio tra la solitudine (fughe in barca a vela, nella fattispecie, lontano io e il vento sul mare) e il sociale (vita comunitaria già largamente protratta il resto dell'anno).
Chiaro che quando i trenta imbecilli hanno deciso di andare a provare a fare il giro della regione in quad, ho finto gioia e ho detto figo, proviamo. Ora, per chi non lo conoscesse, il quad è una specie di via di mezzo tra una moto da sabbia con le ruotone grosse e una macchina, perché in effetti di ruotone ne ha ben quattro. Non ha marce ma solo una levetta sul manubrio per accelerare e i freni che non frenano. Eravamo in ventitrè, sui quad. I sette mancanti erano i leccaculo che sono andati a sfidare (perdenti) il Re a golf.

E noi partiamo, un'infilata di ventitrè quad che scoreggiano ordinatamente in fila indiana e poi si sparpagliano gettandosi nelle pozzanghere per riempire di fango quello che sta dietro. Gran bel gioco, il quad. Intelligente. In teoria era un giro turistico. Eravamo nel nordafrica, per dire. Minareto, sabbia rossiccia, palme, cammelli, donne velate E NOI, con ste macchine che fanno un baccano peggio di una moto con la marmitta bucata, un casino che ci sentivano passare dall'Egitto al Marocco chiedendosi ma che cazzo succede?
Mi sono sentita una grande imbecille, ma proprio una grande imbecille.
C'erano intorno silenzio e povertà e noi che passavamo con questa insensata fila di aggeggi puzzolenti di benzina, i bambini coi piedi scalzi uscivano dalle loro catapecchie per guardarci passare e tenderci le manine per darci un cinque, neanche per chiedere soldi, solo per toccarci la mano gridando come pazzi e rischiando d'esser messi sotto. E io avrei voluto sprofondare. Perché quel divertimento idiota di far gran rumore fa invidia ai bambini, mentre gli adulti ci guardano per quello che siamo, dei grossi maiali rosa sporchi di fango che passano sui loro sterili campi facendo scappare le caprette. Dei minchioni a cavalcioni di una rumorosa macchina inutile. Noi su macchine inutili, e loro a passare l'aratro tirato da un vecchio asino spelacchiato. Anni che non vedevo più le bestie aiutare nei campi. Eppure gli portiamo soldi, come no, gli portiamo un po' del nostro superfluo. E' già qualcosa. Ma a me il giro non ha divertito un gran ché, mi sembrava molto inutile far tutto quel rumore andando troppo veloce per guardarsi intorno, cercare di far paura ai colleghi come sugli autoscontri, tentare di sorpassare in curva, senza neanche il piacere di esser bravi, che sul quad non serve. Non c'è bisogno dell'equilibrio, della forza fisica, dell'intelligenza, non c'è bisogno di nient'altro che di un dito per accelerare, sui quad.
Sui quad tutti gli imbecilli sono uguali.
Sui quad tutti sono imbecilli uguali.
Si fanno le sgommate dove c'è la sabbia, ci si spiaccica i moscerini sui denti e si respira monossido di carbonio anche in pieno deserto. Fantastico. Sembrava la scena di mad max. Ma in più scemo.
Il giorno seguente l'entusiasmo per le cose cretine ne ha riportati una ventina a ripetere la corsa sui quad.
Brum, brum.
Andate, andate.
Io e pochi altri abbiamo scelto di andare a cavallo. Ero su un cavallo grigio-bianco imponente, stranamente sveglio e nervoso per essere un cavallo da passeggiate. Un maschio non castrato che tentava incessantemente di inchiappettare gli altri maschi. Vallo a capire, lo stallone.
E siamo partiti nel silenzio di un nitrito e di un "yallah" mormorato in arabo.
Un lago salato, qualche olivo, nuvole sfilacciate sull'orizzonte.
Ci sono emozioni che restano incise nella memoria, quando sulla spiaggia in un tramonto di fuoco il mio cavallo è partito in un galoppo energico e soffice sembrava che volando non toccasse più terra, sembrava che un dio fosse sceso in un lampo, sembrava che il vento si fosse fatto carne e che io lo stessi cavalcando.
Gridavo di gioia come una pazza.
Ad ognuno le sue emozioni, ad ognuno le proprie grida, ad ognuno la propria gioia.
Gli altri sui quad han fatto un incidente storpiando il Re senza farlo apposta.
Son tornati mogi mogi con il Re zoppicante.
E noi camminando a gambe larghe come Clint Eastwood entrando nel saloon.
Questo lungo weekend tutti al Club-Méditerranée coi colleghi.
Un'esperienza indimenticabile.
L'azienda festante con il Re portato in trionfo.
Era la prima volta che andavo in un Club-Méditerranée.
Non che sia molto diverso da una colonia per bambini handicappati o di scout cattolici.
E dire che da anni la casa madre del club-med tenta di cambiare l'immagine dei loro villaggi vacanze, assicurando il potenziale cliente che è finita l'era dell'applauso a fine pranzo e degli spettacolini amatoriali la sera. Tutte balle. Cambiano gli usi ma perdura l'essenza.
E' vero, con questi tre giorni al Club-Med potrei scrivere una decina di post (o uno molto lungo). A cominciare dal fatto che l'allegra comitiva parte venerdì dalla tentacolare metropoli con un sole splendente di 29 gradi e arriva in Africa che pioveva a secchiate con 13 gradi.
E si è levato il primo hip hip hurra.
La sfiga porca.
Sai quando hai l'aereo che atterra e vedi grosse gocce oblique sui finestrini e pensi che nella valigia hai portato solo un pareo e gli infradito. No, non c'è un fantozzi da noi, ma abbiamo la nostra santa nuvoletta. Non abbiamo neanche un geometra né una segretaria che si fa le unghie, a guardarci tutti insieme siamo una ditta abbastanza fica, oserei dire post-trendy.
Il Re ha 45 anni e l'età media dei suoi sudditi si aggira intorno ai 32/33. Il tasso alcolico sanguigno, mattina o sera, è in genere molto alto. Sono numerose la auto che a turno restano ferme nel parcheggio privato un paio di mesi per la sospensione della patente causa palloncino troppo positivo.
Sarebbe vietato ma in ufficio spesso si beve. Un'aperitivo o una bottiglia, che c'è sempre qualcosa da festeggiare. Un affare ben riuscito o un licenziamento ben orchestrato.
Sarebbe vietato ma in ufficio si fuma, giorno e notte. Ovunque. Chi non fuma cazzi suoi, che cominci o che s'abitui. Bisogna pur allevare dei simpatici cancretti nei nostri polmoni.
Quando fa caldo si sta a piedi scalzi sul linoleum e gli stessi piedi nudi li vedi sparpagliati sulle scrivanie parlando a voce alta al telefono nel grande open space.
L'unica cosa che tra noi manca terribilmente per completare il quadretto è il sesso. Non si batte chiodo, non c'è una tresca che sia una tresca neanche a inventarla e questo weekend non ha fatto eccezione. Si è dormito a volte ammucchiati su un letto uomini e donne senza che una mano si allungasse con malizia, nessuno che ci provasse con nessuno, astensione e continenza anche dalle battute più o meno porche. Forse perché a forza di stare insieme siamo una grande famiglia, tutti fratelli e sorelle accomunati dallo stesso Re. Poi basta girarsi un attimo e te lo mettono nel culo, ma anche questa dev'essere un'espressione del reciproco affetto, immagino.
Il club-med, dunque. Appena arrivati il capo del villaggio presenta sull'attenti la squadra di G.O. (Gentili Organizzatori) e ci dà un braccialetto che ci marchia come appartenenti al club con la formula tutto compreso. Tutto compreso vuol dire proprio tutto compreso, anche il catamarano la piscina i roller il cibo il vino la birra i cocktail e il gintonic.
Occhi spalancati.
Sul serio anche il gintonic la vodka e il whiskie?
Sul serio.
(So che vi tolgo il brivido della suspense ma no, nessuno è andato in coma etilico. Forse un paio di cirrosi epatiche sono in corso ma siccome la cirrosi è -cito- una malattia di andamento lento e progressivo, per il momento siamo tornati tutti apparentemente sani)
Le attività erano facoltative, per fortuna niente corsi forzati di danza afro né di treccine ai capelli. Però ammetto con vergogna che è stato uno spettacolo etnologicamente interessante osservare il corso di acqua-gym, donnone con dei bikini minuscoli che si dimenavano tra schizzi e schiamazzi con il G.O. di turno che ringhiava "il sorriso cazzo! Dovete mantenere il sorriso che se no non serve a niente!".
Giuro, da non crederci.
Keep your fucking smile.
Putain de sourire.
Stessa cosa per il water-polo: le squadre formate a caso tra i grossi leoni di mare arenati ai bordi della piscina e il G.O. che gridava come un matto insultando l'uno o l'altro, per una palla andata fuori o un sorriso non abbastanza convincente.
Lo so, lo sai, lo sapete, lo sanno che ogni tanto aggiungo o tolgo, a seconda di - come dire - le esigenze narrative. In questo caso purtroppo quello che scrivo è tanto più terribile in quanto assolutamente Vero.
A partire dalle ventitré, nella splendida discoteca con i faretti colorati, il tenore musicale era 'boys boys boys' e 'macarena'.
Uau.
Nel clou della serata, lambada.
Doppio uau.
Una tristezza indescrivibile. Sudore copioso e animatori che dirigevano le danze tra le palme di plastica convincendo i più reticenti a spingersi sulla pista. I corpi si mettevano in mostra tremolando come budini, alcuni erano reciprocamente scelti, la maggioranza tornava solitaria al proprio letto, campo base dopo l'ennesima battaglia persa.
C'era molta gente sola, per questo ne rido appena o non ne rido proprio.
La solitudine ha un odore atroce, si sente da lontano e più si aggrava più puzza. Più puzza e più isola chi ne è affetto. Donne divorziate con la tiroide impazzita, i nervi sul collo tesi come gomene di attracco e gli occhi a palla che schizzano dalle orbite. Lo sguardo incessantemente in movimento, alla ricerca di una parola o della possibilità di un abbraccio. E sessantenni senza capelli da troppo tempo, quelli con le macchie marroni sulla sommità del capo e il pettine di corno nel taschino, loro con occhi acquosi senza scintille e senza luce.
Qualche ragazzina dalla pelle di pesca e il seno di bronzo passava come un miraggio, come un sogno, come gli angeli passano nell'inferno.
Il nostro gruppo dall'età media di 32 anni non era contemplato dal registro della serata, eravamo una baraonda chiassosa e festante fuori luogo, eravamo una banda di cretini già ubriachi appena arrivati e quasi in partenza, eravamo la macchia d'olio sulla giacca di lino dell'animatore ben cosciente che l'olio e l'acqua non si mescolano. Ci hanno messo in un'ala dell'hotel tutta per noi, liberi di saltellare come gazzelle fino all'alba, di fare il bagno in piscina nel cuore della notte, di zompettare da una stanza all'altra passando dai balconi come nella più degna tradizione delle gite scolastiche.
Un branco di imbecilli senza speranza, non ho altri termini per definirci.
Di quelli che uscendo dal villaggio chiedono a chiunque dove comprare una bottiglia di vino, trascurando d'essere in terra musulmana.
Integrarsi restando integri non si può, ho bevuto e mangiato, ho ballato e vegliato, restando forse troppo lucida per dimenticarmi. Una grande, grande esperienza. Da consigliare ad ogni antropologo che si rispetti e a quanti vantino di conoscere l'animo umano. Il club-med come tappa fondamentale prima della tesi in psicologia. In umana umanità .
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