Tombini e cicale.
Poi nel frattempo ho preso una mezza dozzina di aerei (ma poi li ho resi), ho visto gente, fatto niente, e soprattutto mi sono chiesta tante cose senza riuscire a darmi risposte chiare.
Mi sono seduta a tavolino, ho posato la testa sul pugno chiuso e ho cercato di decidermi:
Sì? O no?
Poi tra il bianco e il nero mi son scoperta una (troppo) vasta gamma di grigi, sì, no, ni, temporeggiare, rimandare, giocare d'astuzia, doppiogiocare, nascondermi, scappare.
E apriti cielo, la decisione che volevo prendere è svanita in un'inafferrabile nuvoletta di ipotesi.
Troppi elementi, troppe cose in gioco, troppe incognite e malgrado tutto il fermo proposito di non impantanarmi nei tempi lunghi, come mio solito.
Bisogna decidersi.
Devo decidermi.
Allora provo a cercare di chiarirmi le idee chiedendo ad altri, e le risposte che ne ricevo sono talmente a cazzo che quasi quasi mi sono utili.
Io rifletto su questa cosa rielaborando gli elementi a mia disposizione.
Poi espongo a qualcuno la situazione e vuoi l'incomprensione, vuoi l'idiozia, vuoi il menefreghismo ne ricevo dei consigli illuminanti.
Esempio metaforico:
- Ecco ti dicevo, ho fame e non so bene che fare: ho degli spaghetti, una pentola d'acqua, sale grosso e pomodori pelati. Che faccio?
- hai pensato a giocare a Shangai con gli spaghetti?
In effetti.
In effetti gli amici servono anche a questo.
Che quando sparano cazzate rimettono tutto in discussione, cosa che se sei nel guano da solo mica ci riesci.
Sono altri punti di vista.
Danno qualche scorcio. Persino qualche risata.
E quindi non scrivo, in questi casi no, non scrivo.
Mi calo in un tombino e mi ci chiudo dentro. Sbang.
E' un meccanismo che conosco bene, c'è il momento della sensazione ("forse dovrei?"), quello della confusione ("tutto sto casino?"), quello della riflessione ("ma se, allora") quello della decisione ("devo") e quello dell'azione ("vado").
Tra il il dire e il fare c'è di mezzo il tombino: tra il devo e il vado, mi calo in una lunga pausa di germinazione spontanea.
Attendo che l'azione sorga mio malgrado.
Come i germogli a primavera dopo un rigido inverno.
Che detto così sembra un alto momento di lirica contemplazione, invece significa che sto nella merda e nel dubbio: dubito di tutto quello che ho pensato, creduto, sentito.
Dubito e cogito e finisco per credere che in effetti la cosa più logica per calmare la fame sia giocare a Shangai con gli spaghetti.
Spesso scrivo per chiarirmi le idee.
Questa cosa mi fa bene, oppure mi fa male, questa persona è falsa oppure mi è amica.
Scrivere può essere un modo per riflettere, per prendere il sopravvento, per restare lucidi.
Scrivere i dettagli delle cose dipinge un mondo in cui il tutto sembra quasi avere un senso compiuto. Trattandosi ora di una decisione che sarebbe logica ma che non ho il coraggio di prendere, invece, se scrivessi per chiarirmi le idee sarebbe talmente evidente la soluzione che ne avrei vergogna.
La risposta è sì.
Anzi,la risposta è "sì cazzo, sarebbe ora."
Ma non ne ho il coraggio.
E no, non si tratta di fare un figlio.
Neanche di sposarmi.
Né di mettermi a dieta.
Né di separarmi o lasciare qualcuno.
Né di fare una maratona.
Né di un'operazione chirurgica.
Né dell'acquisto di un bene immobile.
Quiz.
Cosa rimane.
In effetti tolto la salute, gli affetti e la famiglia… mi dico che è ben poca cosa, il resto.
Eppure.
Eppure è coi dettagli che si fa una vita.
Due punti a capo.
Stamattina l'acqua piovana rimasta in un grande vaso vuoto sul balcone era diventata un enorme cubetto di ghiaccio. Immaginavo gli insettini estivi che escono per venire a schettinare sul ghiaccio. Immaginavo di scrivere questo verbo, "schettinare" e mi veniva da ridere.

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