mercoledì, 14 novembre 2007

Caldo, caldissimo, freddo, gelo.
Prima ho maledetto i supermercati, i prodotti industriali, la catena del freddo e tutte le grandi marche. E insomma, non è possibile: ancora una volta ho dovuto buttare via un sacco di roba da mangiare molto prima di aver raggiunto la data di scadenza. Quando la compro sembra a posto e dopo pochi giorni le polpette gli viene la muffa, minestre fresche gli gonfia il pacchetto come un pesce palla, gli yoghurt puzzano di pecorino, i surimi diventano verdi, etc.
Un festival di metamorfosi indesiderate, una coltivazione intensiva di penicilline, un laboratorio di chimica marcifera.
Poi l'altro ieri ho messo un termometro in frigo e ho scoperto che c'erano 14 gradi. Oh.

E' il frigo che mi frega.
Ho ritirato con cura le mie maledizioni e ho acceso una specie di ventilatore che non avevo mai veramente preso sul serio, una di quelle cose che son belline ma che sembrano messe lì per far figura, vicino alla luce che si accende e si spegne.
Pigio il pulsante blu e sorpresa, vrrrrrr.

Ieri sera ho guardato il termometro che avevo lasciato in frigo: meno sette gradi.
- 7° come a Sanpietroburgo.
L'insalata cristallizzata, le uova di marmo, i pomodori di vetro e il latte trasformato in un simpatico ghiacciolone quadrato.
Una bistecchina sta lì a guardarmi stupefatta, impietrita.
Con le braccine tese.
Sembra di essere in Giappone dove fanno le sculture di ghiaccio.

Non trovo più il libretto di istruzioni.
Aiuto.

Scritto da: waki a 11:21 | link | commenti (19) |
disastri

mercoledì, 07 novembre 2007

Venere brilla di mille fuochi.
e io ho fame.

Era il giorno del morti, anzi, era la sera del giorno dei morti, quindi era la sera dei morti e sarà che tutti stavano a pensare ai morti noi siamo andati in un ristorante dove dicono che in genere manco si riesce ad entrare e di gente invece ne abbiamo trovata poca o meglio ce n'era giusta, era pieno abbastanza da fare un po' di brusio ma non un gran casino. Il gestore di un ristorante mi aveva spiegato quanto è delicato trovare nel proprio locale il giusto livello sonoro: troppo rumore mette a disagio che uno non è che può urlare spalancando la bocca piena di patate al forno e troppo silenzio spinge la gente a stare seduta sul bordo della sedia in punta di culo.
Ecco, noi si stava comodi e senza la bocca aperta.

Serata inattesa senza attese e alcuna pretesa, una bella cena a tradimento.
Non ci ero mai stata da quelle parti, ero su un paio di stivali e non sapevo che c'era la barca che veniva a prenderci sul pontile per portarci al ristorante, cioè, non sapevo che il ristorante era sull'isoletta, cioè, io a malapena sapevo dov'ero, sapevo che ero affamata, che era il giorno dei morti, che ero a più di mille chilometri dall'ufficio (quindi tutto bene), che c'era il sole le montagne il mare, ma che essendo sera c'erano le stelle e la costellazione di orione che mi faceva ciao ciao,
e poi guarda, le vedi le tre stelle allineate, ecco, intorno c'è un quadrilatero,
sì,
e una delle cinque è una gigante rossa,
ma va,
sì ti giuro,
ma quale?
e non lo so però... -
ma scusa, un quadrilatero con cinque lati?
e va beh ma ascolta, guarda bene, un'altra delle sei è una cicciona bianca
una supergigante.
Ma pensa.
Stellone obese in quadrilateri pentagoni esagonali.
Io mangiucchio e mi chiedo perché i toscani non ci mettono il sale nel pane, e poi mi dicono ma guarda che qua non siamo in toscana. Ah. Ecco.
Lo sapevo che non sapevo dove sono. Mi credo sempre un po' più a sud, o più a destra, più in centro, un po' più bionda, più alta. Mi credo sempre da un'altra parte.

Il cameriere sembrava una fotocopia di troisi ma non potevamo dirglielo perché il giorno dei morti dire a uno che sembra uno che è morto, non è bello.

Sono annegata in un mare di antipasti di mare e in un vassoio di penne agli scampi per due che avrebbe tranquillamente sfamato una tribù di dieci piccoli indiani e poi non ne rimase nessuno. E non so perché continuavo a tradurre male, e dicevo "frutti di mare" al posto di "muscoli", sarà stato il vino bianco, un bicchierino, anzi due, ma dai ancora uno, che tanto la barca per tornare indietro mica la guido io. Ma prima di bere ho accostato due o tre volte il bicchiere alle labbra con la curiosa sensazione di zucchero filato nel naso prima di accorgermi che sul bicchiere un ragnetto aveva costruito un'invisibile tela. Chissà come ho fatto a versare il vino attraverso la ragnatela. O allora era un ragnetto della nuova generazione super veloce, che tra il momento di versare il vino e quello di berlo, è riuscito a costruirci un ponteggio di restauro.

Sulla barchetta al ritorno mi sono accorta che il guidatore che credevo arabo invece era marchigiano. Che il paesello che sembrava illuminato invece era buissimo. Che il mare che sembrava calmo, in effetti, era proprio calmo. E il giorno dopo era il giorno che siamo andati in montagna a zampettare come caprette, dopo le penne agli scampi e i tortellini ai muscoli. Distrutti, i miei, di muscoli, che ancora oggi scricchiolo come una vecchia porta.
Porta. Con la t. Non con la c.
Povera me.

Scritto da: waki a 17:06 | link | commenti (16) |

lunedì, 05 novembre 2007

Apuana tua sorella.

apuane

Che poi la sera quando arrivi a letto non t'addormenti, svieni.

Sabato camminata in montagna dopo diversi mesi che sport poco o niente.
Magico aereo che mi porta via.
Magico fine settimana di sole tiepidamente novembrino.
Più di mille metri di dislivello che sembravano verticali, senza piani o falsi piani, sempre dritto, sempre ripido, tra lizze e ghiaioni, roccioni e pietraie, una pendenza costante che guardi stupito da sotto in sù, sentieri segnati e segni spariti, "vado fin dietro la curva a vedere se continua" e un piede dietro l'altro, un piede dietro l'altro, si sale, si sale, con le giornate corte che ci sono adesso su una montagna che non è la mia, su una montagna che non conosco, una montagna bella come una bella sconosciuta, altera e seducente, che siamo partiti tardi e dopo tre ore siamo arrivati su al passo che era già il pomeriggio e quindi ci siamo seduti davanti al bivacco solo mezzora per mangiare un pezzo di formaggio e uno di cioccolata e scendere giù veloce perché avevamo paura di trovarci in cammino dopo il tramonto.

Uno sguardo alle cime, uno al sole, ci restano ancora tre ore di luce, credo.
Quando consideri le giornate in termini di ore prima del tramonto.
E ti sembra che le cose, viste da lassù, hanno un senso diverso, quando ce l'hanno.

Scritto da: waki a 18:30 | link | commenti (9) |

 

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