giovedì, 18 ottobre 2007

Ultimo Rango a Parigi.
In questo periodo sento di un sacco di gente che va a farsi un viaggetto a Parigi, chi un weekend, chi una settimana, chi ci passa per volare altrove.

Io vi dico una cosa, se a Parigi avete voglia di fare un giro in un posto che vi sembra di essere nella sala del consiglio dell'Impero di Guerre Stellari, che sembra che ci siano tutte le navicelle bianche bordate di luce con sopra dei operabastille personaggi di un altro mondo, andate a vedere uno spettacolo alla Opera Bastille.
Metro Bastille, linea 1, 5, 8.
Che poi lì vicino dopo lo spettacolo andate a farvi una choucroute spettacolare da Bofinger che è la più bella brasserie di parigi e così quando tornate poi venite a dire se vi è piaciuto alla zia waki, eh?

All'Opera sono andata a vedere una cosa che mai ci sarei andata di mio se non fossi stata invitata a sorpresa. Era una roba come un balletto perché c'era il corpo di ballo che ballava quindi sì, doveva proprio essere un balletto, ma non c'era solo il balletto, c'era anche l'orchestra nel buco (fossa, waki, si chiama f o s s a), c'era il coro che cantava da dietro le quinte che poi quando sono entrati in scena diobono erano duecento.
Bello, cavolo, proprio bello.
Ogni tanto capita di vedere al telegiornale la presentazione di qualche spettacolo con uno stralcio di balletto, ricordo che vedevo sti figurini volteggiare, saltellare, ma dal primo momento che i ballerini sono arrivati per davvero sulla scena la differenza era che essendo tutti scalzi si sentiva cik cik cik dei piedi nudi sul palco: era qualcosa di sensibilmente vero, non so come dire, si sentiva quasi odore di piedi. Cik cik cik. Lo stesso per l'orchestra, le due arpe che ondeggiano, o il fatto di sentire le trombe che tra una sparata e l'altra prendono fiato fa un certo effetto, si vede lo sforzo, si sente l'alito aleggiare come in un tempio.
Poi comunque sti ometti con tutti i muscoli segnati che con un braccino ti alzavano in aria la prima ballerina non eran male, mentre sulle ballerine sono rimasta un po' delusa, all'inizio erano come dei giunchi che giunchigliavano aggraziate, quando avevano il vestito lungo tutto spumeggiante erano veramente un'apparizione diafana, onirica, come farfalline che muovendosi veloce non riesci a vedere altro che l'insieme del movimento e non il disegno sulle ali. Poi però quando me le hanno rimandate in scena molto più svestite facevano spavento, erano degli scheletrini ambulanti con dei muscoli tesi di soli nervi e tutte le ossa di fuori. E no, altro che esser magre. Quelle no, quelle erano proprio mucchietti d'ossa, mucchietti dall'aria molto isterica per di più. Eran meglio da guardare tutti insieme, senza i dettagli. Perché tutti insieme erano bellissimi, sul palco immenso si disponevano come su un quadro e si muovevano come se fosse un quadro che si muove (si chiama coreografia, waki, c o r e o g r a f i a), si muovevano a volte come quando un colpo di vento sposta delle foglie tutte insieme, altre volte sembravano le alghe in balia delle onde e quando correvano tutti da tutte le parti invece sembravano dei folletti che si nascondono all'arrivo di un orco. Non credevo che mi sarebbe piaciuto un balletto. Invece credo di sì, perché alla fine quando vedevo le grandi matrone di cartapecora uscire con la bocca arricciata commentando acide, io invece avevo solo un sorriso che mi passava dietro le orecchie e basta, inebetita.
Poi siamo andati a mangiare in un posto, ma non da Bofinger.

Ci sono quei ristoranti che quando entri ti sembra di essere la regina vittoria.
Affreschi, ori, cappelliere, comò intarsiati, quadri a olio di tre metri per due, che mentre te sei sei ancora lì con il naso per aria una signorina invisibile ti ha già tolto il cappotto e fatto sedere.
Davvero, una figata.
No, ma di questo ne parlo un'altra volta. Che volevo dirvi che ho provato il Vélib e tante altre cose, ma la lunghezza spropositata del mio ultimo post mi ha dato la nausea e quindi mi fermo.
Però anche voi, dai, ma non uno che mi abbia detto "ehi waki ma sei imbecille? 8600 caratteri? ma chi ne ha voglia?". Dico, manco io, manco morta mi sono riletta quel post: sono arrivata qua sul mio blog, ho visto sta balena e mi son detta cheppalle di logorroica a singhiozzo. Ho guardato le figure. E basta.

Scritto da: waki a 15:09 | link | commenti (20) |
parigi

lunedì, 15 ottobre 2007

Otto cose Otto.
Attenzione: questo post ammira incantato il proprio ombelico.

Il caro signor mattop mi ha chiamata in causa per dire otto cose inutili a proposito della sottoscritta così come lui ha fatto qui e tanti altri hanno fatto altrove, ma il signor mattop è una persona interessante che fa cose spettacolari e tra le tante cose che lui fa e che riproducendola a casa mi ha fatto veramente ma veramente molto ridere è stata questo caffè solido che detto tra parentesi è venuto proprio identico a quello della sua foto. Che soddisfazione. Ecco, una delle cose che mi piace di certi food blog (come il suo) è che quando provo a fare le cose spesso vengono uguali alle loro. Diciamo otto volte su dieci. La percentuale si inverte precisamente a due su dieci quando invece seguo un libro di ricette, mannaggia... Forse perché sono pochi i food-blogger che per fare la foto mettono la schiuma da barba invece della panna montata e tondini di plastica invece dei maccheroni…?
-mondo disgustosamente affascinante quello degli stilisti culinari, isn't it?

matteo_descrizione_500 Dicevamo, otto cose su di me, otto cose a caso, manco vere per forza ma almeno verosimili e soprattutto che riguardino la mia imperiale personalità.

Otto cose? Otto sono tante.
Io non credo di avere addirituttura otto cose da dire su di me. Poi così, senza una traccia, senza una limitazione, il signor mattop dice proprio "non ci sono vincoli, totale libertà" e a me tutta questa libertà mi lascia senza fiato come di fronte ad una steppa della mongolia, sopraffatta dalle infinite possibilità non mi viene in mente niente e mi dichiaro imbecille, così con il rito abbreviato e il patteggiamento ne esco con qualche settimana di condizionale e via. Poi però ho visto che lui, lui che non è scemo, lui ha messo un disegnino di un omino che potrebbe essere se stesso e alcune note a fianco. Ho osservato che le freccine sono proprio otto e mi son detta ecco la soluzione, ecco il piccolo spunto che mi mancava, eccolo lo spuntino.
Farò lo stesso.
Nonostante che la sua nota che indica "fisico atletico" punti al pisello (che ahimé, non ho) e che le Climber ai piedi manco quelle, ahimé, non ce l'ho, ho deciso di seguire lo stesso schema.
E io con uno schema che mi stringe i polsi, mi sento subito meglio. Evviva gli schemi, abbasso la libertà, catene per tutti, evviva il regime categocratico!


Ecco dunque una schematica descrizione di un waki.

wakilista
- Capacità cerebrale:
ricordavo numeri di telefono, dettagli infimi, anelli quanti e a quali dita, marca degli occhiali, spessore delle lenti, vedevo uno e sapevo dirti quante volte si era toccato il naso, se i lacci delle scarpe avevano un nodo semplice o doppio, se gli era rimasto una briciola di pane tra i denti, potevo dirti chi stava con chi e con chi avrebbe voluto stare; degli amici, dei conoscenti, dei conoscenti dei conoscenti ti ricordavo il piatto preferito, intolleranze alimentari e sociali, se gli piaceva metterci tanto parmigiano sugli spaghetti, se la bistecca ci piaceva al sangue o tutta dura, ricordavo date di compleanni, anniversari, onomastici di chiunque, ti sapevo recitare diversi sutra in sino-giapponese antico, qualcosa in sancrito, le jataka in pali, Waterloo di Hugo e anche l'Assiuolo del Pascoli e l'Addio Monti di Manzoni.
Ora non mi ricordo più una benedetta mazza.
Nulla. Progressivamente la mia capacità intellettiva si sta allineando a quella di un tagliacarte.
Fisionomista come un ciuco, devo vedere qualcuno ogni giorno per un anno prima che la sua faccia mi dica qualcosa; non ricordo quanti anni ho, non ricordo più chi ha divorziato ("e allora, tuo marito sta bene?"-"sì, ora vive con la mia ex migliore amica"), chi ha perso il padre ("e tuo papà, sempre arzillo?"-"è morto e eri venuta anche al suo funerale"), dimentico chi mi odia ("ma ciao come andiamo? E tanto tempo eh?"-"fottiti") e non mi ricordo più neanche a chi ho dato un due di picche e chi invece me l'ha dato a me. Mi sono dunque scelta un compagno che a memoria sta messo peggio di me e che negli anni ha elaborato una strategia di sopravvivenza che pare funzionare. L'isolamento totale. Quando però il bisogno o il caso lo pongono di fronte a relazioni sociali (arg!), rimane guardingo circondato dall'umanità vociante mentre lui con gli occhi socchiusi finge di essere immerso in profondissime meditazioni sulla vacuità dell'assenza di noumeno della coscienza. Lui è un maestro di meditazione socialmente utile: utile alle srelazioni sociali. (o relazioni asociali, o relazioni dissociali)

- Sguardo: il mio sguardo sul mondo è quasi sempre in viaggio tra i due poli dell'attonito e lo stordito. Capita che si fermi un momento ad un autogrill per fare la pipì, vicino all'uscita "sfiga-sud" e poi riparte nel consueto pellegrinaggio pendolare.

- Aspetto: talmente casuale che quasi non posso definirmi una donna. Anche perché c'è donna e donna, e io sono una di quelle donne che per essere donna deve faticare un casino. Cioè, quelle che hanno una leggera peluria bionda sulle gambe, quelle che hanno due righine sottili come sopracciglia, quelle che con qualunque sapone le pelle della faccia le resta morbida e rosa, quelle che le unghie sono naturalmente arrotondate, quelle che vanno dal parrucchiere ogni due settimane per darsi una sistemata, io non sono di quelle. Io sudore e sangue. Sangue e sudore. Cerette creme idratanti epilady pinzetta detergente neutro lime purificante estratto di rosmarino impacco di olio di calendula: per certe donne essere donna è un lavoro a tempo pieno estenuante. E ci basta un momento di distrazione per che la nostra dirompente natura animale riprenda il sopravvento. E io sono spesso distratta.

- Attenzione alla salute: ascolto il mio corpo quando mi parla, quando il suo sussurro non è coperto dal frastuono ambientale. A chi continua a scrivere nei commenti che per farsi passare le paturnie bisogna spesso ubriacarsi e/o fumare erba, mi spiace confessare che bevo veramente di rado e quanto al fumo ancora meno. Quando la compagnia è eccezionalmente buona, o quando il vino è eccezionalmente buono, o quando le due variabili di cui sopra sono eccezionalmente riunite, non mi dispiace alzare un po' il gomito. Ma se no, mai. Neanche un bicchiere. Non è che razionalmente "mi tengo", è che "fisicamente" sento che mi fa male. E io ci tengo alla mia salute. Disse waki, che a farsi del male è brava almeno quanto il vecchio Leopold.

- Lavoro: il lavoro in ufficio è di per se stesso contro natura, come dice giustamente qualcuno (qualcuno detto tengi ): alla luce dei fatti questa perversione attua su di me un'alchimia mostruosa che mi spinge a continuare anche se mi fa male. Dev'essere come quando sei talmente ubriaco che preferisci continuare ad esserlo pur di rimandare il prevedibile mal di testa. E intanto ti parli addosso, legiferi, predichi su immaginari pulpiti, credi di essere prima il papa, poi un rottweiler, poi una pantofola e infine ti accartocci sotto un albero credendoti foglia e sapendoti autunno.

- Fisico sportivo: no, purtroppo non ho quel gran fisico. Non sono una super gnocca. Non sono magra. Né molto grassa, del resto. Né sportiva. Non sono alta. Né troppo bassa. Né sproporzionata. Non ho le tettone. Non sono neanche piatta piatta. Non sono niente.

- Abbigliamento: un giorno coi largoni e la felpa col cappuccio, l'altro col tailleur e i tacchi alti, un giorno coi jeans e l'altro con la gonna e i reggicalze (reggicalze sotto la gonna, raramente sopra). Beninteso, ad una cocktail vip mi ritrovo non so perché coi jeans, ad un after con il tailleur e in ufficio con il cappuccio in testa. Proprio non riesco a capire cosa come quando come quando fuori piove.

- Climber: ma invece sì che sono arrampicatrice anch'io, non sociale che in quello sono una chiavica, ma sui vetri sì. Sono bravissima nell'arrampicata di vetri, ci ho un'azienda d'arrampicamento di vetri, consulenze di altissimo di livello di arrampicatrice vetraia.

Tua moglie ti ha trovato a letto con la sua estetista?
Arrampicati sui vetri, chiamaci!

Il tuo capo ti vede mentre leggi il mio blog invece di ricalcolare l'irpef? Chiamaci!
Non fumi ma vuoi scendere a "comprare le sigarette"? Chiamaci!
Hai un'esame di letteratura latina e per te virgilio è un motore di ricerca? Chiamaci!
La dietologa ti sospetta di mangiare come una scrofa ed è vero? Chiamaci!
Al momento sbagliato hai chiamato il tuo fidanzato col nome del tuo ex? Telefonaci!

Waki arrampicatrice specializzata vetri in ogni condizione: pulito, insaponato, vischioso, zigrinato, liscio, stampato, arrampicarsi è un'arte, rivolgiti ad una professionista!
Preventivi rapidi e senza ingegno.

Scritto da: waki a 14:40 | link | commenti (22) |

martedì, 02 ottobre 2007

Mi fa senso.

Mi fa senso quando un senso o più sensi tra i sensi è insensibile o insensato. In questi giorni e per una settimana intera avevo un raffreddore imperatore, tosse, sternuti, occhi rossi, naso grosso, sputacchi, incazzature, le notti a rantolare non riuscendo a respirare e i giorni a sfanculare un po' chiunque soffiandomi il naso invano. Mi ci vorrebbe l'idraulico liquido, pensavo, e sono scesa dalla farmacista sotto casa. In realtà la farmacia è una ma le farmaciste sono tre: una bruna, una bionda e una rossa e a seconda su chi capiti guarisci, muori o stai malato.
La prima è buona, l'altra incompetente e l'ultima è una burlona.
Stavolta sono capitata sulla burlona: "Per un raffreddore come il suo ci vuole uno spray, ecco qua, un ottimo concentrato di acqua di mare per soli quindici euro". Riflettendo che per un mal di schiena questa mi darebbe una crema di crauti, sto in ufficio a spruzzarmi l'acqua di mare nelle narici ottenendo come solo effetto l'impressione di avere una medusa in gola.
Ma non volevo parlare della farmacista.

Che mi stia venendo la Rafelite?
Chiusa parentesi.

No, volevo parlare dei sensi, della gola e di peccati capitali ad essa correlati: con il ravvreddore bastaldo avevo tutte le papille ibernate, in congedo o assenti ingiustificate: potevo mangiare semolino o pepe nero e la sensazione era la stessa: un grande Nulla.
Nessun gusto. Manco il molto dolce. Né il poco salato. Tutto uguale.
Con le orecchie sentivo poco a causa del naso pieno, con il naso pieno non sentivo né profumi né odori e la lingua a malapena sentiva il caldo o il freddo: per farla breve ho vissuto in un deserto di assenza di sapori totale per giorni e giorni ed è stata un'esperienza hemm, interessante.

In modo abbastanza inatteso ho visto l'atto del mangiare ritornare automaticamente ad un'azione neutra di nutrimento.
Incredibile come la sensazione di appetito e inappetenza si fossero modificati. Senza sentire i gusti e quindi i piaceri o i dispiaceri del cibo, il senso di sazietà veniva esattamente al momento giusto, quando cioè qualcuno dal mio stomaco segnalava di averne a sufficienza.
Una specie di vocina che diceva: "grazie, basta così". Nessuno stimolo ad aggiungere un cioccolatino a fine pasto (a che pro?). Quella vocina immagino che ci sia sempre, ad ogni pasto, ma da tempo si è fatta molto discreta e annegata in un confuso vociare di "ancora un po' di riso, dai!", "e quella bella toma con un bicchierino di rosso non ce la vogliamo mettere?", "nell'armadio rimangono un paio di baiocchi o sbaglio?". Interessante risentire quella vocina.
Mi fa pensare che il moltiplicare i piaceri e la frequenza degli stessi ne sminuisca essenzialmente l'intensità.

orsetti3

Va da sé che da oggi che sti simpatici orsetti oltre che molli e colorati mi sembrano anche vagamente dolci, c'è un vociare che mi sembra di stare in mezzo ad un concerto di Marilyn Manson.

Scritto da: waki a 17:46 | link | commenti (31) |

 

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