Notizie dal fronte del trasloco.
Eccheccivuole, diceva un'amica (dico amica per definirla in qualche modo), in due giorni fai il trasloco e poi andate in vacanza, no? Due giorni, certo. E poi vacanza, certo.
Vacanze sta a trasloco come l'inquisizione a Galileo.
L'angoscia latente prima, mesi di dubbi lancinanti, la tortura durante e riguardo al dopo… dopo non so, non ci sono ancora arrivata al dopo.
Sono nel mentre. Sono nel mezzo del cammin.
Cambiar casa è pur sempre cambiar qualcosa, e quindi, per definizione, destabilizzante e rinvigorente al contempo. Questo in teoria. In pratica è un gran casino.
Eppure il mio è un piccolo trasloco, un traslochino. Lascio un monolocale minuscolo e la casa d'arrivo è a soli trecento metri. Una bazzecola. Una cosa da fare nei ritagli di tempo, con la gonna e i tacchi alti. Basta organizzarsi un poco, dice.
Anzi, dico. Dicevo.
Ho fatto una lista, poi due liste, poi una lista di liste, sono la speciaLista delle liste: ho fatto la lista delle cose da impacchettare, quelle da trasportare, quelle da buttare, quelle da comprare, una lista degli organismi da avvisare, da notificare, da segnalare, ho fatto una lista di priorità : prima si porta questo e poi quello e poi quell'altro. In pratica non riesco a capacitarmi del casotto che si è creato nonostante mi credessi tanto organizzata. Scatole di cartone pronte e ammassate per partire, scatole già in arrivo ammucchiate, metà mutande a casa vecchia, metà padelle a casa nuova, tutte le scarpe destre a casa nuova e le sinistre a casa vecchia.
Sabato abbiamo smontato il soppalco ikea (un puzzle di duemila pezzi), lo abbiamo trasportato, domato, e rimontato (all'arrivo tremila pezzi, inspiegabilmente moltiplicatisi nel tragitto). A questo proposito vorrei dedicare uno spazietto pubblicitario gratuito per grazia ricevuta ed eterna riconoscenza al migliore amico dell'uomo traslocante: Nero&Ponte. Or in english: Black&Decker. Avvitatore elettrico a batteria. Bzziiiiiiiiiii e hop, via la vite. Bzziiiiiiiiiii e hop, riavvitato. Figata. Ho male ovunque, ma non ho i calli ai diti o alle palme. Grazie Black. E grazie Decker.
Avrei dovuto affittare un montacarichi, però. Che un solo piano in discesa ne precede ben cinque da salire, cinque piani di scale in legno scricchiolanti con gradini ineguali, scale infide, rotanti e a chiocciola, da fare a piedi, che l'ascensore qua non l'hanno ancora scoperto. Le Upanishad in edizione rilegata in otto volumi, il Mahabharata, la Bibbia illustrata da Gustave Doré in francese, la MahaPrajnaParamitaSutra, l'esegesi dell'Ecclesiaste e quella di Giobbe e alla sua pazienza, ogni gradino una maledizione ai millenni di prolisse pippe sulla cultura e religione, astrazioni oniriche che in concreto mi spaccano la schiena. Un discreto fanculo anche alla musica, che mai avrei immaginato che i cd pesino così tanto quando sono a centinaia tutti insieme. E poi il futon, il futon è la cosa più intrasportabile che l'ingegno umano abbia inventato, pesa più di una schiacciasassi ma cola da tutte le parti. E' vivo, il futon, e quando non è su un tatami a dormire diventa un mostro informe che ci vuole male e tenta la fuga dimenandosi come un matto.
E oggi è lunedì, e mi ritrovo seduta a questa stupida scrivania col pesce che mi guarda e dice "ehi, posso aiutarti?". E' frustrante. In ufficio, il 60% dell'effettivo in vacanza, con tutto quello che avrei da fare per andare avanti. Bloccata qua, ammanettata alla sedia, mentre a casa le scatole da riempire giocano a pinnacola per passare il tempo.
Ho bisogno di un accompagnamento psicologico, per il trasloco.
Il pesce "ehi, dico, ma posso aiutarti?".
Caro, caro pesciolino arancione. Grazie caro pesciolino.
Che tra tutti, in quest'ufficio di baldi giovani, sei l'unico che mi ha proposto di darmi una mano.
Pardon, una pinna.
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