lunedì, 26 febbraio 2007

tramonto

Quelli che sanno.

Non ero in albergo, non ero in un club-med, non ero neanche in tenda o per strada.
Ero a casa di qualcuno che in Africa ci va da più di quindici anni.
Qualcuno che conosco bene. Molto bene.
Insomma, ero a casa dei miei, che svernano laggiù da quando mi ricordo, i bastardi.
Da secoli ogni anno fanno i bagagli e se ne vanno in Africa, da Natale a Pasqua.
Loro. Per me era invece la prima volta in Africa Vera.

E' una fortuna andare in un paese accompagnati da qualcuno che lo conosce bene.
Una fortuna?
Davvero?

Io scoprivo.
Loro no, loro sanno.

Dall'inizio alla fine è stato il festival martellante del "qui".
Ripetuto. Senza requie.

"Qui fa caldo, ma non solo, qui è caldo umido".
"Qui la frutta è buonissima, qui si mangia la frutta buona, qui".


Ho dunque elaborato una teoria che ipotizza che l'avverbio di luogo "qui" assume una sorta di accezione "continuativa" trovandosi arricchito da una valenza temporale che denota una caparbia e sicura assiduità.

L'avverbio di luogo "qui" quando è ridondante, pedante, didattico, saputo e saputello, si vede inoltre ulteriormente rafforzato se accompagnato dalla voce del verbo irritante "sai".

Otteniamo dunque il temuto:
"Sai, qui".

"Sai, qui l'acqua dell'oceano è caldissima"
"Sai, qui è pericoloso camminare scalzi nell'erba"
"Sai, qui la corruzione si mangia tutto"


Ripetuto decine di volte al giorno.

"Sai, qui il sole brucia"
"Sai, qui le correnti spingono al largo"
"Sai, qui curarsi è un lusso"


Una litania ricorrente biascicata anche con la bocca piena.

"Sai, qui bisogna fare attenzione a cosa si mangia"
"Sai, qui il pane non è che si trova dal panettiere"
"Sai, qui le verdure si compra quello che c'è"
(se è sgrammaticato non importa: sai, qui si può)


Quando manca il tempo per esplicare il "sai, qui", ho notato che con una maestria eccelsa han saputo riassumere il tutto in una forma concisa e tagliente come uno schiaffo, che soffoca l'embrione di ogni possibile replica:

"Sai, qui non è come da noi".

Eh si, lo vedo, che qui non è come da noi.
Per cominciare ci sono ovunque palme e baobab, poi ci sono 32 gradi il 10 di febbraio e mi pare che il sole così allo zenit non l'ho visto mai. Cioè, cazzo, a mezzogiorno non faccio ombra, mamma, guarda, non ho l'ombra!

"Sì, qui non è come da noi. Sai, qui siamo all'equatore".

Appunto, è quello che ti sto dicendo, c'è un geko che cammina sul muro, le donne che portano i cesti sulla testa, il sole che tramonta in due secondi e fa subito buio!

"eh, sai, qui siamo all'equatore, qui non è come da noi"

- e ma è questo il bello!
Mamma, ma l'hai visto questo tramonto? Ma l'hai visto che ci sono le nuvole piatte di sotto, ma lo vedi che c'è il profilo di un'acacia stampata sul crinale, ma lo vedi che se fai un giro su te stessa fino all'orizzonte non c'è una casa, non c'è un palo della luce, non c'è una capanna, non c'è assolutamente nient'altro che la savana e toh, c'è il collo di una giraffa, laggiù, mamma guarda, c'è la giraffa col giraffino!, ma lo vedi che il sole diventa grosso come un'arancia, lo vedi che tutto s'infuoca il tempo di sentire un tonfo al cuore, lo vedi che la savana si zittisce per un momento, come un omaggio al sole che scende, lo vedi quanto è grandioso questo cazzo di tramonto?

"I tramonti nella savana sono proprio belli".

I.
Tramonti.
Nella.
Savana.

Ora, io non ti sto parlando DEI tramonti.
Io sto guardando QUESTO tramonto.

…

Quante cose che si perdono, quelli che sanno.
Quelli che sanno invece di guardare si compiacciono del sapere di già.
Si accontentano di riordinare quel che succede in categorie già esistenti e così il presente gli sfugge tra le dita, lasciandoli a rimasticare quello che credono di sapere.

E sai a cosa mi fa pensare?
Alle lunghe storie.
Che al principio ogni gesto è meraviglia.
Che dopo qualche anno si dà tutto per scontanto.

Per scontato che lui ci sia, che ci faccia il caffè la mattina, che lo si aspetti la sera per cena.
Per scontato che paghi al ristorante, per scontato stirargli le camicie, per scontato fare l'amore.

Si crede di sapere, invece di vivere.
Si crede di aver già visto, invece di cogliere la scintilla che fa unico l'istante.
A quel punto "il viaggio" non serve più a niente.

Scritto da: waki a 12:06 | link | commenti (39) |

giovedì, 15 febbraio 2007

kilimangiaro

Hic sunt leones.
Dopo aver volato per una notte intera senza riuscire a dormire davvero, verso le sei del mattino apro un occhio, poi apro anche l'altro, sbatto le palpebre, mi cade la mandibola e contemporaneamente schiaccio il naso contro il finestrino: il profilo del Kilimangiaro è stampato contro l'alba in maniera indecente.
Non ne vedo le falde, ma ormai è fatta, per il resto della giornata avrò in testa Paraponziponzipo'.

Sarò un'inguaribile sempliciona, ma a me questa cosa che uno sale su un aereo e in poco più di otto ore passa da un cielo grigio con sotto i grattacieli ad un sole abbacinante con sotto i leoni, a me sembra ancora incredibile. Dall'asfalto pulito sulle nostre ordinate campagne alle piste di terra rossa sulla savana, dai mercati biologici coi marchi protetti ai banchetti di verdure strane tutte sporche di terra. Che c'erano manghi e papaye talmente veri che non li riconoscevo. A noi ci mandano delle versioni in plastica, ne sono più che convinta.

Riassumere cosa è stato questo viaggio in Africa (in AFRICA) sarebbe un'impresa titanica, ho riempito un quaderno e mezzo di quelli di scuola, un quaderno e mezzo pieno di appunti scarabocchiati alla sera o nelle ore troppo calde del giorno.
No, non si riassume un viaggio in Africa (in AFRICA).
Ma nell'orgia delle sensazioni e delle immagini che sono ancora così vivide, se qualcosa rimane al di là dei ricordi, al di là dei sapori, dei visi, al di là di tutto quello che si può dimenticare, se qualcosa rimane sarà la visione lampante di quanto precario sia vivere e di quanto relativa sia questa stessa vita.

La povertà è inguardabile.
La miseria è un'altra cosa, ma anche la povertà è inguardabile.
Eppure era come davanti a mia nonna quando è morta, che non volevo vederla, ma invece sì. Ricordo che davanti alla nonna morta, io in piedi davanti a lei trasformata in statua di cera, avevo l'impressione di toccare da vicino qualcosa di fondamentale e terribile. Di troppo importante per chiudere gli occhi. Bisognava guardarla. La nonna trasformata in statua di cera.
Anche quella povertà estrema, quella fatale precarietà era inguardabile, eppure andava guardata. Era dura. Evidente. Sfacciata.
Era viva. Era viva e faceva sembrare morta tanta della vita mia.
Per me che andavo fin là poi quasi unicamente per spaparanzarmi sulla spiaggia e riposare del mio acido stress. Io ero sul lettino di fronte all'oceano indiano, sotto un ombrellone di makuti e davanti mi passavano ogni giorno, mattina e sera, lunghe donne nere che portavano stremate sulla testa il bidone giallo dell'acqua (sporca) tirata su dal pozzo. Ogni giorno. Ore di cammino per portare a casa l'acqua. E gli uomini pelle e ossa, stracciati, a lavorare sotto il sole equatoriale. Cantando. Ridendo.
Bambini ce n'erano a sciami, di vecchi neanche uno. La vita da quella parti si arresta ai 45 o 50 anni. Di bambini se ne fanno tanti, perché sono tanti quelli che non diventano adulti.

Poi potrei parlare di quanto fosse buona la frutta, dell'abbuffata di libri che mi son fatta, degli animali che ho visto correre nella savana, di albe e tramonti mozzafiato, di tutto quello che in genere potrebbe costituire abbondantemente il cuore di un viaggio.
Ma poi.
Perché prima c'era questa presenza immanente e costante della precarietà della vita che è stato il vero fulcro.
Il vero. La verità. Quello che mi resterà.

E tutto il resto non son che onde sulla superficie del mare.

Scritto da: waki a 15:22 | link | commenti (36) |

 

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