giovedì, 28 dicembre 2006

L'arrosto di tacchino.

tacchino

In questa settimana di festa, tradizionalmente consacrata ad una profonda meditazione sulla pace nel mondo, ai problemi di geopolitica planetaria, ad una seria riflessione sui divari tra le condizioni di vita nelle macroregioni dei continenti, -insomma, visto che a parte mangiare e bere non c'è un belino da fare, vi consiglio di andare su questo sito qua:
http://www.roastaturkey.com/

Il gioco è tanto semplice quanto instruttivo: ti colleghi al sito, metti il tacchino nel forno, imposti la temperatura, chiudi il forno, e aspetti che cuocia.

Ogni tanto accendi la lucina del forno per vedere se la cottura prosegue e dopo due/tre ore il tacchino è pronto. Sì, sì; due o tre ore vere, non virtuali. Ho provato a farne uno questa mattina, ma dopo due ore era ancora un po' crudo.
Quindi ora ne sto cuocendo un altro.
Magari è cotto prima di cena.
Ma è bello, perché puoi continuare a lavorare tranquillo lasciando sullo sfondo il forno e tra una telefonata e un'altra ti sorprendi a chiederti "... e chissà se il tacchino è quasi pronto".

Per restare in tema di passatempi da ufficio in periodo post-panettone, vi consiglio vivamente:
http://www.yesimworking.com/.
Chi l'ha inventato è un genio.

Scritto da: waki a 17:10 | link | commenti (14) |

venerdì, 22 dicembre 2006

Cena aziendale in occasione del Santo Natale.

Sono una personcina a modo, io.
Sono una personcina a modo, seria, discreta ma a fronte di un'occasione mondana come la cena di Natale dell'ufficio per darmi coraggio ho adottato quella tecnica che ha dato prova di funzionare da migliaia d'anni ma che io continuo ostinatamente a sottovalutare: l'alcool.
Il Vino, nella fattispecie.
Vino rosso, ma non saprei neanche dire quale vino perché in quel ristorante che se la tirava come fosse ultrafigo-select i camerieri riempivano in modo aleatorio i bicchieri senza lasciarti il tempo di vedere l'etichetta. Camerieri in giacca e cravatta ma con qualcosa di sfasato, le maniche troppo lunghe, le labbra troppo sottili, con la faccia di un grigio triste depressione pallida, smunta, che hai voglia di dirgli ma mangia qualcosa, dai prendi un cioccolatino, su con la vita, coraggio.
E non ci lasciavano le bottiglie sui tavoli.
C'è stata quasi una rivolta, ma come, non ci lasciano le bottiglie? (hic)
Ma che si credono? (hic)
Che ci ubriachiamo? (hic)
Bisogna sapere che il tasso d'alcolemia dei miei colleghi sfiora cronicamente il patologico.
Il mio saltuariamente. E la mancanza di abitudine fa sì che un paio di bicchieri di buon vino mi mettono in faccia la stessa espressione attenta e concentrata di un Bob Marley nei suoi momenti migliori, con lo stesso occhio pesto e la palpebra storta.
Con un sincero reggae-smile stampato in viso.
Ed appena dopo l'antipasto ho realizzato che essere un po' alticci è un aiuto notevole per mandar giù sia una compagnia indigesta che una cena mediocre.

Il cibo, innanzitutto.
Immagino che in una serata normale la scelta fosse leggermente più vasta, ma l'altra sera che il ristorante era totalmente invaso dalla nostra festante presenza locativa la lista era ben riassunta dal cameriere con: "carne o pesce?".
Io ho scelto pesce.
• Tartara di tonno infilzato da uno spaghetto crudo tutto nero e assai sorpreso di trovarsi lì
• Filetto d'orata tramortita su un letto di sofferenti verdure molli
• Semifreddo di cioccolata su piatto schiacciato stretto e lungo accompagnato da un cucchiaio di gelato al cocco in avanzato stato di scioglimento. Il semifreddo e il gelato erano ai due estremi del piatto stretto e lungo che sembravano due vecchi regnanti in disgrazia, seduti a capotavola di una lunghissima sala senza potersi più parlare, senza neanche potersi passare il sale. Tra l'uno e l'altro neanche un maggiordomo, neanche un candelabro d'argento.
Neanche una nocciolina.

No, non posso dire che il cibo fosse cattivo.
Ma quando esco da un ristorante e dico "non era cattivo" per me è già una garanzia di non ritorno.

Il mio vicino (un bimbino nuovo nuovo, in stage, porello) ha scelto carne e si è beccato in antipasto una terrina di anatra con una carotina cruda piantata nel mezzo, poi una specie di fettona di vitello annegata in una pannosa salsa bianca con zucchine e melanzane e per finire in dolcezza una sfoglia che si sbriciolava in modo completamente casuale rendendo impossibile raccoglierne i pezzi con il cucchiaio ultra design. Sai quando cominci a rincorrere nel piatto i pezzetti di sfoglia credendo d'essere l'unico pirla ubriaco e poi vedi che anche il direttore finanziario finisce incazzato nero per mettere il dito nel piatto per arrestare l'inseguimento.

Ed è così, che è andata.
Avevo di fronte una tizia vestita completamente di rosso che tutta sfocata come la vedevo io mi sembrava una versione di prova di babbo natale, lo stagista a fianco a me che non la smetteva di chiedermi quali erano le sue prospettive nell'azienda che ho una gran paura di avergli detto la verità (ora non mi parla più), un collaboratore di lunga data che aveva una barba che mi sembrava tutta piena di nodi, poi un collega che sta per diventare papà di due gemelli che mi pareva fosse sdoppiato anche lui, il tutto come in un sogno di Tim Burton.

Poi c'è stata la solita battaglia di palline di mollica di pane, i cristi dei camerieri, un paio di bicchieri in frantumi, i primi che se ne vanno, i secondi che restano, i dolci che allungano ed è così che è andata, che alla fine mi sono pure dimenticata che ero in macchina e sono tornata a casa con la metro da sola, zigzagando tra omini vestiti di blu ("oh guarda, i supermario bros!"), prendendo al pelo l'ultimo metro della notte.
O forse era il primo della mattina.

Scritto da: waki a 11:18 | link | commenti (16) |

mercoledì, 20 dicembre 2006

mandarino Ananas, pompelmo, arance, mandarini, mele, litchis, noci, cachi.
In questi giorni che l'inverno ha finito per essere un vero inverno ho un bisogno fisico di mangiar frutta che non ci posso fare niente se non mangiare frutta in questi giorni che l'inverno ha finito per essere un vero.
Inverno.
Frutta frutta, tanta frutta succosa profumata sbrodolosa colorata frutta.
Mi son chiesta se non mi stavo diventando un po' crudista, guardando l'insalata belga coi pinoli e i cubetti di mela che mi facevano da pranzo ieri a pranzo.
Mi sono risposta che no, guardando l'arrosto bardato colante che mi faceva da cena iera sera a cena.

Mia nonna diceva che in inverno bisogna mangiare grasso e dolce.
Lo diceva mentre sul gas il salamino se ne stava al calduccio tra le lenticchie.
E poi mia nonna diceva che d'inverno bisogna mangiare frutta con le vitamine per fare marameo all'influenza.
Lo diceva mentre si faceva le pere al vino.

Io non so.
Sarà che mi manca il sole, io ho voglia di quelle cose che di sole ne hanno ancora il sentore.
Come le arance, appunto.
O sarà che continuo a correre all'aperto anche con sto freddo, e che dopo dieci chilometri di corsa con due gradi arrivo a casa e mi mangerei il bue vivo con l'asinello e anche Gesù Bambino.

Attratta dagli opposti, cedo volentieri al brasato prima e a teneri spicchietti di mandarino, dopo.

• Stasera cena aziendale natalizia.
Ne ho voglia come di strapparmi le unghie con la pinza a becco piatto.

Scritto da: waki a 17:07 | link | commenti (9) |

lunedì, 11 dicembre 2006

appuntigastrici • Venerdì per fare una buona azione, avevo deciso di riportare i piatti al ristorante. Ne ho rotti sette in una volta. Che testa.
Rompere uno specchio sono sette anni di sfiga, rompere sette piatti sono uno specchio?
Mi sto tutta sconfusa.

• "Ma tu sai cos'è la fame?"
" No, noi non sappiamo cos'è la Fame, noi al massimo abbiamo più o meno appetito ".
" Oh, come sei saggio ".

• Se è vero che le parole sono puttane, sono puttane brave. Sanno evocare fremiti e acquoline come solo loro. Cioè, se io dico "gnocchi al castelmagno"… Ecco.
Bave sulla tastiera.

• (ore 23:30, interno notte, ristorante cileno, stomaco vuoto)
"Ma tu sai cos'è la fame?"
"Se sto cileno di merda non ci porta almeno gli antipasti, la manioca glie la metto su per il cile."
"oh, santone, come sai saggio".

• Chili Con Carne, ingoiato talmente caldo che mi sono cauterizzata anche le ovaie.

• L'unico posto dove poi per caso ho trovato delle trippe non cucinate è stato al banco macelleria del supermercato dei cinesi. Ma quando han cercato di rassicurarmi "no, no, non sono tlippe di cane" mi è venuto un dubbione. Mica ci avevo pensato, io.

• Cauterizzarsi le ovaie con il Chili Con Carne oltretutto è un ottimo anticoncezionale.
Paura di dimenticare la pillola?
Il cerotto si scolla un giorno ogni due?
Ne hai abbastanza di incappucciare il suo coso con il preservativo?
Fatti un Chili Con Carne, per almeno tre mesi il tuo organismo non sarà in grado di concepire manco un pensiero, figuriamoci un bambino.


• Qualche giorno fa in un Shalom di Ristorante Cacher ci siam mangiati i Falafel. Tondi coglioncini bollenti in mezzo a folto pelo di carote grattate, verza e hommus. Un piatto decisamente osceno.

• Per vedere se le ostriche sono ben fresche c'è un sistema. Bisogna spruzzargli del limone negli occhi e veder se si ritraggono. Se no basta chiamarle per nome: hop, se si girano vuol dire che son vive.

• La scorsa settimana un amico ha preso un boccale di birra esagerato che mi sarei fatta dentro tranquillamente un tuffo e due bracciate.

• Era birra d'Abbazia. Bevendo hai dietro le spalle l'abate che ti fa la predica che bere fa male mentre le monache recitano il rosario perché tu possa tornare a casa intero.

• E senza imbattersi in una pattuglia armata di palloncino.

• O in un platano. Armato di se stesso.

• Cosa si mangia per il cenone di capodanno? Palline dell'albero di Natale rosolate nel lardo di renna? Fiocchetti di pacchi scartati affogati in olio di ricino? Lucine intermittenti in brodo di bue del presepe?

• Ho trovato degli incensi allo yoghurt: "tropical yoghurt". Al peggio non c'è mai fine: presto al tempio zen si farà la cerimonia con il bastoncino di incenso ai ravioli di ricotta.

• Ho comprato per l'amico koke l'ottimo tè al gelsomino Heung Pin. Già che c'ero ho preso anche un'altra varietà di tè, quella a palline, il Ping Pong. Venduto con le racchette e arbitro cinese incluso.

• Oggi per pranzo ho portato in ufficio quel resta del pollo di ieri. Tre ossicini da rosicchiare rumorosamente durante la riunione del direttivo (- in corso proprio ora -)

• "Quel che resta del pollo" sarà il titolo del mio prossimo libro. Che non c'è.

• C'è chi mangia per vivere e c'è chi vive per mangiare.
Ma c'è un'altra categoria. Ci siamo noi.
Chi mangia per mangiare e vive per vivere.

Scritto da: waki a 15:59 | link | commenti (43) |
appunti disgiunti

martedì, 05 dicembre 2006

slowfood23








Sul numero 23 della rivista Slow Food, hanno pubblicato un mio pezzo sulle chiavi di ricerca:
chi mi legge da un po' riconoscerà forse un po' di chiavi già citate e mi scuserà.
Gli altri invece non hanno scuse.

L'articolo lo trovate impaginato in pdf qui.
O se no il testo nudo e crudo lo potete leggere addirittura in un blog, qui.

Peccato che la censura abbia abbassato la sua impietosa scure.
La censura non è mai né buona, né pulita e soprattutto non è giusta.

Rivogliamo i cazzi fritti.

Scritto da: waki a 13:09 | link | commenti (26) |
slow food

 

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