Io non riesco ad entrarci.
Non sono una signora.
• Io vivo fuori dal mondo.
Me ne arrivano echi, dal mondo.
Come da dietro una porta chiusa.
Mi è parso di sentire che esistono uomini di una stirpe che pensavo scomparsa.
Un uomo che arriva a casa, mette le chiappe sulla comoda sedia e alzando la voce chiede alla moglie che come lui è appena tornata dal lavoro: "cosa si mangia?".
Devo esser stata fortunata.
O allora ho avuto un fiuto insospettabile che io con uomini così non ci ho avuto mai a che fare.
E che con la pioggia o con il sole al limite ci si chiedeva "cosa facciamo per cena?".
Facciamo.
Il plurale.
E' il plurale che conta.
• Io vivo fuori dal mondo.
Nella pentola a pressione mi faccio le verdure al vapore, una carota, un cipollone esagerato, una patata batuffola e poi se ne faccio troppe me ne porto un po' in ufficio per pranzo, di verdure, che non di soli panini vive l'uomo. I colleghi a vedermi mangiare un cipollone cotto al vapore non ci potevano credere. Quando ho visto che loro avevano ordinato un sacco grande come una casa di Chicken Wings di McDonalds anch'io non ci potevo credere.
Non ci potevamo credere, a vicenda.
E' il plurale che conta.
• Io vivo fuori dal mondo.
Ricordo che mia madre mi faceva spesso le trippe con il pomodoro e il parmigiano. E ricordo che mi facevan proprio schifo, le trippe. Adesso invece, che non sono diventata mamma a mia volta ma forse i gusti invece sì, mi son detta toh, provo a farle io le trippe come le faceva lei.
Sono andata dal primo macellaio. "Trippe? No, non ne abbiamo.".
Dal secondo macellaio (più anzianotto) " Trippe??? Ma sa che anni fa ne vendevamo 40 chili a settimana e ormai non le tengo neanche più?".
Terzo macellaio "E dire che lei è così giovane… ma fa la scuola di cucina?".
Quarto macellaio "Ormai le trippe in questa città le comprano solo più i vecchietti che essendo vecchietti le comprano già cucinate. Però guardi, facciamo una cosa, se noi ce le vogliamo cucinare, le ordiniamo?".
Eh si, è il plurale.
E' il plurale che conta.
• Io vivo fuori dal mondo.
Ma qui, nello spazio intersiderale comincia a fare freschino.
Che dite, rientriamo?
Andata e tornata senza neanche perdere l'aereo.
Sono riuscita a nascondere nel bagaglio a mano un tubetto di dentifricio.
Una volta in quota, ho terrorizzato il pilota minacciandolo di lavargli i denti.
Domani devo prendere l'aereo.
Cioè, domani devo cercare di non farmi perdere dall'aereo.
Allora.
Bagaglio a mano.
Niente lime per le unghie.
Niente forbicine.
Forbicine assassine, yaaaaah!
Ok, niente forbicine.
Da qualche settimana, niente liquidi.
Niente shampoo.
Niente dentifricio.
Shampo e dentifricio li si può mettere comodamente in valigia e all'arrivo giochiamo a chi ce l'ha sparpagliato meglio tra i vestiti.
Io ne ho fin tra i calzini! Oh guarda, io ho le canottiere antiforfora!
Niente acqua.
Pericolosissima, l'acqua.
(Immagini una battaglia di gavettoni a 10 mila metri?)
Niente schiuma da barba.
Niente vino. Hic. Hic. Hic. (e ora)
Niente profumi, dio me ne guardi.
Attentato al Chanel numero 5.
Niente mascara.
Giuro, niente mascara, c'è sulle nuove regole di sicurezza, niente mascara.
Niente creme idratanti, che ti cada la faccia in mano piena di crepe.
Niente minestre (noo, la mia abitudine di portarmi la minestrina!)
Niente sciroppi, niente deodoranti.
Niente olio, niente lozioni, niente gel per i capelli.
Ma se mi scappa la pipì, me lo considerano liquido o mi lasceranno passare?
E come pensano di confiscarmelo?
Che senso ha correre girando in tondo su una pista d'atletica?
Nessun senso.
Neanche come le bestie da soma che almeno svolgono un lavoro di fisica dinamica.
Non serve neanche per produrre elettricità , ci mettessimo una dinamo da qualche parte.
E' una celebrazione dell'inutile correre in tondo sulla pista d'atletica.
Già , perché alla fine ho continuato ad andare a correre.
In modo purtroppo totalmente scostante, ma ho continuato.
Camminando, correndo, strisciando, ma ho continuato.
E ne sono entusiasta.
Intorno alle piste d'atletica dovrebbero predisporre degli spazi ex-voto come nelle chiese e nei santuari, dove "per grazia ricevuta" i devoti lasciano una medaglia o una lapidina in ricordo o ringraziamento.
Stampelle, pace maker, braghe molli.
Io lascerei un messaggio per chi non ci crede.
Waki, che non riusciva a correre per cinque minuti cinque.
Waki, che dopo 300 metri stramazzava al suolo in crisi mistica.
Waki, che correndo in tondo portava a spasso il proprio culo come qualcuno porta a spasso il cane.
Waki, ieri sera, ha corso dieci chilometri in 58 minuti.
(sguardi increduli) - (applausi) - (urla) - (giubilo) - (woooo)
Che so benissimo che non è quel gran risultato, ma per la chiavica che sono per me è come una maratona in dueoreventi.
Che vi vorrei offrire da bere a tutti.
Gatorade party.
Oh San Pedoforo, protettore dei calli dei diti mignoli.
Oh San Filippo Morris, protettore dei polmoni.
Oh Santa Polenta, che smaltisce i carboidrati.
Oh Diomadonna che ora ho male dappertutto.
Credits:
• Vorrei ringraziare le mie Asics, senza le quali niente di tutto questo sarebbe stato possibile.
• Grazie anche al mio cardiominchiometro Polar, che con i suoi "ma stai attenta, ma guarda che vai troppo forte, rallenta un po', no, ecco, non così piano che mi addormento, muovi ste chiappe" è stato una presenza importante e insostituibile al mio polso.
• Vorrei ricordare anche quella signorina che aveva i buchi della cellulite fin sui pantaloni della tuta e che suo malgrado tutte le sere c'era, con una forza di volontà che quaranta giorni di quaresima sono le giostre con lo zucchero filato.
• Vorrei devolvere inoltre un sentito vaffanculo a quell'altra, di signorina, quella con la tutina nike che sembrava un vermino umido, che quando mi doppiava sculettando chiacchierando con l'amico una volta si è permessa un "se è per correre così potrebbero andare a passeggiare al parco". Che ti vengano le verruche gialle intorno alle labbra. Piccole e grandi.
• Un sentito ringraziamento alla bilancia impedenzopanza, che visto che tanto dimagrire non dimagrisco, almeno mi consolo dicendo che ho un culone, ma è tutto muscolo.
• Un saluto a mia mamma (ciao ma), un saluto a mio papà (ciao pa), un salutino alla micia (ciao mi), un altro per motha, koke, mifolame e tutti quanti mi hanno sopportato e che mi sopporteranno ancora nel mio delirio di onnipotenza ("ma ti rendi conto? dieci chilometri, ho corso dieci chilometri in meno di un'ora, dieci chilometri, che saranno 500 calorie e che adesso chi me li toglie più gli gnocchi al castelmagno?").
• E un grazie grande al mio Omo, che se ho avuto voglia di andare a correre è solo grazie a lui. Che quando mi raccontava dei suoi trenta chilometri correndo a SantaMonica, o a Porto Rico, o sul Sunset Boulevard mi faceva sognare. Immaginavo quel ritmo ipnotico delle scarpette sul marciapiede, pic puc pic puc pic puc e le palme, il cielo blu, e i figoni che si infilavano nelle onde con il surf. Magari non era vero niente, ma che importa, l'importante è che ha funzionato.
• E… e quand'è che si mangia?
Sempre per restare in tema, sabato l'altro siamo andati a visitare il cimitero di Nullaland: erano dozzine di anni che il mio BuonUomo non andava a mettere un fiorellino sulla tomba dei suoi nonni.
Il cimitero di Nullaland è ad immagine e somiglianza del paese: non c'è niente.
Nel paesino non c'è vita, nel cimitero non c'è neanche il guardiano.
Nulla. Neanche i loculi, neanche le cappelle in marmo pregiato delle famiglie importanti, neanche un fioraio al cancello, dico, non c'era neanche il cesso che io me la stavo facendo addosso e mi chiedevo, ma i vecchietti con la prostata e le vecchiette incontinenti… ma tutti a pisciare dietro al muro?
Eppure sembra un cimitero piacevole, per passarci l'eternità .
O quanto meno spazioso: ogni morto ha l'agio di un bel pezzetto di terra tutto per sé dove può tranquillamente coltivare la rucola o i broccoletti a seconda della stagione.
Faceva quasi bel tempo, ho accompagnato il mio BuonUomo a fare il giro delle sue tre/quattro generazioni precedenti quasi con piacere.
A ridosso del primo novembre nei cimiteri c'è aria di festa.
Ci si spolvera le ossa per la visita annuale dei parenti.
Dopo una dozzina di tombe ho notato che i nomi sulle lapidi tendevano a ripeteresi in modo imbarazzante. Sempre gli stessi cognomi e poca fantasia anche nei nomi. Forse perché le grandi famiglie della zona sono cinque o sei, non cinquanta e se a questo si aggiunge che capita(va) molto spesso che al figlio maschio si appioppasse il nome del nonno (Alfonso) e alla bimba quello della nonna (Teresina) ecco che statisticamente ogni due o tre generazioni si ritrovano nomi e cognomi identici.
La cosa divertente è che da quelle parti hanno dei cognomi "parlanti", tipo "Del campo", "Zoppa", "Coscia" e sulle lapidi era un fiorire di "Enrichetta Del Campo vedova Zoppa" (povera vedova zoppicante in giardino) o il compianto "Alfonso Brusco e sua moglie Coscia Rosa", il sindaco "Enrico Coscia-Zoppa" e via dicendo. Da farci un migliaio di storie.
Un gran remix degli stessi ingredienti per arrivare a lui, al mio Buon Uomo, che non è nato a Nullaland ma che per parte di padre è decisamente Nullalandiano. Nella vecchia cascina sopra al camino c'è il premio per la più bella vacca del paese, per uno dei suoi nonni.
Ah eccolo qui, il nonno delle vacche.
Col crisantemo giallo.
E dall'altra parte del camino c'è un certificato di studi elementari incorniciato, perché all'inizio del secolo scorso fare le elementari equivaleva ad un dottorato dei tempi nostri, ah, eccolo qui, il contadino che sapeva scrivere e "far di conto".
Con il crisantemo color vinaccia.
Accanto alla tomba della nonna che lo aveva sedotto con uno svolazzar di gonne passando in mezzo all'aia.
Siamo anche andati a vedere la tomba di suo padre, nome e cognome, data di nascita e di morte.
"Ma tuo padre è ancora vivo!"
"Sì, ma questo era un bis tris qualcosa che si chiamava come lui. Mio padre viene spesso a mettere un fiore sulla propria tomba."
Meraviglie di Nullaland.
Gli abitanti che si sono succeduti nel paesino sono tutti qui insieme, in vita come dopo, le loro esistenze sembrano semplici, sono storie lineari, nati, battezzati, cresimati, sposati, invecchiati e morti qui, all'ombra della chiesetta a testimone immobile. Viste da qua sopra, le loro miserie quotidiane sono appiattite e limate, ogni storia è ridotta ormai alle due dimensioni di una lapide spiaccicata in terra. In concessione perpetua. Facendomi raccontare cosa faceva l'uno o cosa diceva l'altro, ritrovo quella stessa sensazione che suscitò l'antologia di Spoon River quando la lessi anni fa: i morti sono meglio se ricordati da vivi.
Soprattutto nella loro quotidianità .
Chissà come vivevano, davvero.
Chissà quali erano le loro ossessioni.
Le donne si guardavano allo specchio con lo stesso occhio critico?
Quando la cellulite non aveva ancora un nome, era un problema?
Mettendo la ruvida gonna per andare nei campi, si depilavano?
(epilady ceretta al miele d'api rasoio trilama crema ritardante la ricrescita del pelo)
Badavano a scolpirsi un culo tonico?
(step, danza afro, jujitsu, body pump, ellittica, spinning)
Sapevano cos'era il colesterolo?
(omega 3, omega 6, delta 4, tango 7)
Eppure qualcosa mi fa pensare che se andavano fieri di aver la più bella vacca del paese al punto da inquadrare la medaglia, non dovevano essere poi tanto diversi da chi oggi guida un'AudiTTRoadster con la mano che penzola dal finestrino.
Da quando siamo usciti dall'acqua e abbiamo perso le pinne, non è cambiato niente.
Niente.
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